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venerdì, 18 aprile 2008

Viaggio al termine della notte

“Una volta Fatur, a Bra, maneggiava una trappola per lupi aperta e la brandiva di fronte al pubblico, senza che nessuno si rendesse conto di che cosa si trattava…eravamo terrorizzati”. Il posto in cui volavano le tagliole, scavato come una grotta in un palazzo del centro, era il Macabre. Massimo Zamboni l’esibizione braidese dei Cccp se la ricorda ancora. Era l’apice del furore del gruppo emiliano, era il mondo separato da un muro. La grotta braidese compie trentacinque anni nel modo peggiore, chiudendo. E’ scaduto il contratto di affitto, per la città è tempo di costruire un nuovo condominio di lusso. Cala il sipario su una storia lunga trentacinque anni, fatta di sudore e rock and roll, di sigarette velocissime nel freddo cuneese e di concerti visitatissimi o deserti. Trentacinque anni vissuti intensamente fra cambi di direzione e virate improvvise, senza neppure un buttafuori a presidiare l’ingresso del locale. “Siamo diventati più vecchi di Cristo”, scherza amaro un ex dj. Un’ordinanza di sfratto condanna il locale in cui sono nati i Subsonica e in cui la Bonelli ha ambientato “Delirium”, un episodio di Dylan Dog del 1991. Dal Macabre ci è passato pure Piero Fassino, ex segretario dei Ds. Beveva e sorrideva con Carlo Petrini, numero uno di Slow Food. Beveva, sorrideva, e forse si sentiva un alieno, in giacca e cravatta in mezzo ad un fiume di ragazzi che lo fissavano svogliati, poi entravano a ballare. A differenza di molti locali italiani, il Macabre non è mai stato indie. Non è mai stato catalogabile. E’ stato, questo sì, un calderone in cui si sono fermati fino a ieri i punkettoni fuori tempo massimo, i nostalgici degli anni novanta, i rocker iconizzati, le ragazze in minigonna. Nel 1972, Dorina Busso era la donna che presidiava la cassa all’ingresso della discoteca. La fondatrice, insieme al marito, del locale braidese. “Quando lo aprimmo qui non si sapeva neppure cosa fosse una discoteca, le chiamavano sale da ballo”, spiegava orgogliosa. E’ rimasta lì fino al 2005. Ora che è diventata nonna sta girando l’Italia per rincontrare tutti i gruppi che sono passati dal locale. Gli incontri diventeranno un film. Il regista è suo figlio Luca, uno bravo, uno che racconta la realtà con le immagini per lavoro e che nel 1997, in un’intervista alla Stampa, si fece scappare una profezia poco fortunata: “Nel 2022, quando il locale compirà cinquant’anni, so per certo che sarà così, com’è oggi, com’era ieri”. La storia del Macabre è fatta di famiglie, di amicizie, di simpatie. Poco businnes, poco marketing. I primi anni sono dominati dal soul, dal funky. Il momento della disco-music passa come un fulmine, seppellito dai concerti di Denovo, Diaframma, Panoramics, C.c.c.p. Dal Macabre, prima di morire, fa in tempo a passare anche Nico ai tempi di “Camera Obscura”, non più chanteuse dei Velvet, non ancora immagine da t-shirt. Si trova bene, replica il concerto. I Flashtones arrivano, travolgono tutto, si piantano sul bancone del bar, chitarre in mano, e non scendono più. Rimarranno fino alla chiusura, immortalati in un’immagine in bianco e nero furibonda e poetica. Alex Astegiano, primo cantante dei Marlene Kuntz, ha diciannove anni quando sale sul palco, si attacca al microfono e sviene per l’emozione e per il vino senza riuscire a finire la prima strofa. Si sveglia nel cortile davanti alla discoteca, qualcuno lo sta prendendo a schiaffi. Il terzetto cuneese, al Macabre, ci passa un’infinità di volte. L’ultimo è un concerto quasi clandestino, nel 2003. E’ appena uscito “Senza Peso”, lo zoccolo duro non è troppo convinto. Teme i postumi della collaborazione con Skin, la svolta verso la melodia. “E’ ora di smetterla con le seghe in cameretta” mi spiega il batterista Luca Bergia al pomeriggio, dopo un inseguimento imbarazzato in un negozio di dischi. La sera nel locale non si respira, e i Marlene prendono fuoco. Cristiano Godano, poi, al Macabre ci nasce. “E’ un pezzo di me, fuori da ogni retorica. Ho passato centinaia di ore al Macabre, ho danzato, ho fatto air guitar, mi son preso due o tre pugni, mi sono fatto delle fidanzate, mi sono fatto delle pomiciate, ho preso delle gran sbornie, ho fatto il dj, ho visto alcuni concerti che mi hanno segnato, ho sognato, ho cianciato, ho cercato di fare amare a più gente possibile le musiche che amavo io, non mi sono perso quasi nulla di ciò che vi succedeva tra il venerdì e la domenica. A volte mi sono annoiato, e ho provato una stima del tutto speciale per Dorina, ho fatto alcuni fra i concerti più rumorosi della mia carriera di rockettaro. Ultimamente non ci andavo più se non una tantum, non era più esattamente un rock club, ma l'atmosfera manteneva il suo carisma di peculiarità assoluta”. Carisma creato ad hoc, almeno all’inizio, da una sceneggiatura tutt’altro che divertita. Una donna infilzata da frecce all’ingresso, le stalattiti che pendono dal soffitto, le luci basse. Le cose non cambieranno nemmeno nei trentacinque anni successivi. Per lo meno a livello strutturale, perché la musica suonata dai dj si evolve. Una delle novità più grosse arriva da Londra. A Bra, provincia cronica, alla consolle c’era Carlo Bogliotti, che nella capitale inglese ci volava spesso. “Ho iniziato nel 1992: facevamo una serata che portava in provincia il meglio dell'allora nascente brit-pop: Blur, Oasis, Pulp Stone Roses e moltissimi gruppi minori. Si può dire che fosse una delle poche serate indie d'Italia. A quei tempi suonare il rock non era così comune e fu un grande successo”. Per i cuneesi, il successo, è conquistare le simpatie dei torinesi. Ecco, in quel caso fu così. Un successo. Durò qualche anno, i Nirvana furono uno spartiacque significativo, poi i Chemical Brothers e Fatboy Slim cambiarono i destini di molti club alternativi. Beppe Fenoglio, molto tempo prima, ci scherzava su: “Siamo davvero spacciati se anche i piemontesi degenerano”. I piemontesi degeneravano. Al Macabre. Tutti i sabato sera. Gianluca Servetti fa il dj, il giornalista e il cantante nei rumorosi Mirsie. E’ stato quello che ha sdoganato la musica elettronica in un locale spesso ostaggio degli integralisti rock. “La drum 'n bass, la jungle, il trip-hop ed il big beat sono passati di qui ed hanno lasciato il segno, ma la cassa in quattro risulta sempre difficile da digerire”, racconta, “ricordo sempre un giovanissimo Sergio Ricciardone- membro del collettivo torinese Xplosiva, molto conosciuto in ambito dance- che ad un certo punto passò "Cow Girl" degli Underworld. Una parte del pubblico in pista si mise a fischiarlo sonoramente”. Dunque, rivoluzione fallita. “Personalmente ho cercato di ovviare alla cosa attraverso una soluzione eclettica, creando un flusso che porti la gente a divertirsi e ballare tanto gli Arctic Monkeys quanto, progressivamente, Trentemoller o i Boys Noize”. La scadenza del contratto d’affitto segna la fine di tutti gli esperimenti. “E’ il giorno in cui il rock è morto”, mi sorride mezzo ubriaco un frequentatore che cita Chuck Klosterman. “Quando quella serranda si abbasserà manderò a fare in culo la mia giovinezza, spegnerò la sigaretta e butterò dentro un’occhiata. Convinto che la musica migliore sia già stata suonata”. Da "Il Mucchio"
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venerdì, 23 novembre 2007

Povera patria

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domenica, 28 ottobre 2007

Rivoluzione fashion


«Padoa Schioppa, e io pure». Il sorpasso della destra nel campo delle t-shirti creative è arrivato, inaspettato, alla manifestazione contro le tasse organizzata il dicembre scorso dai circoli di Forza Italia. Il passato, in realtà, racconta storie praticamente a senso unico. L’egemonia viene sottolineata orgogliosa dalla mostra organizzata dal circolo culturale «La Scighera», sede della Milano creativa con base nel quartiere Bovina: «Per una volta tanto, non si cerca nell'arte il significato sociale e politico, ma in quello politico e sociale la valenza artistica. In questa mostra abbiamo chiesto a chi voleva di prestarci la propria maglietta politica, a creare una piccola esposizione dove le testimonianze personali si fanno affresco collettivo». Fino all’18 novembre, infatti, sfilano le t-shirt politiche, quelle sfoggiate in piazza nell’arco degli ultimi trent’anni. Alcune, le più famose, hanno fatto la storia degli anni ottanta, e sono legate ai movimenti animalisti e ambientalisti, altre, invece, rappresentano al meglio la frammentazione del «dopo-porcellum»: i «Cicloprecari scatenati» scelgono una maglietta quasi completamente gialla, il combo anarcoide del «Botto per mille» affida il suo messaggio ad un bombarolo un po’ impacciato che si scaglia contro il Vaticano, i futuristi dell’«Orgoglio basso», invece, rivendicano diritti legati all’altezza sfoggiando sul petto il viso torvo di Gaetano Bresci. E’ l’iconizzazione della politica nel suo grado zero, che spesso punta al significato senza fronzoli e a volte si limita a ridisegnare gli anni d’oro dell’antagonismo creativo: parla per tutti un Che Guevara sfigurato da un paio di orecchie da Topolino, sintesi abbastanza infelice fra i sogni disneyani e gli incubi made in Arcore. «Né idoli né spiritosaggini» sottolineano polemici in caratteri maiuscoli i designer della t-shirt, e Lorenzo Valera, animatore della mostra ci scherza su: «E’ la maglietta che ci ha creato più contestazioni». All’iniziativa del centro culturale è legato anche un sondaggio: cosa indosserai alla rivoluzione? Risultati, speranze e timori incontrollati sono affidati al prossimo, imminente, corteo.

da LaStampa.it

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categorie: virtuosismi
mercoledì, 24 ottobre 2007

L'uomo-pitbull

Su La Stampa, in edicola oggi, ho raccontato la storia di un uomo che vive coi suoi dodici pitbull, in una cascina rock and roll. Copio qui il pezzo originale, senza tagli.


Giurano che una volta non fosse così. Che la passione per gli animali fosse una passione e basta, niente di morboso, «massì, era normale» raccontano. Poi le cose hanno preso un’altra piega. I cani hanno iniziato ad aumentare. Oggi sono dodici, «due rottweiller, qualche pastore tedesco, strani incroci» spiega il veterinario che ogni tanto si presenta per un controllo. «Hanno l’aspetto feroce, ma tutto sommato sono mansueti». Le autorità vogliono sfrattarli. Vigili, operatori sanitari, funzionari comunali: di qui sono passati tutti. Se ne sono andati, torneranno.

Tommaso Racca ha cinquantadue anni e un matrimonio alle spalle: vive in affitto in una cascina enorme, poco lontano da Bra. Una cascina storica, piena di famiglie, che racconta storie di integrazione felice -rumeni che lavorano la campagna come hippie, piccoli imprenditori agricoli che si mescolano ai contadini della zona- e si affaccia sui campi. Al centro del casale c’è quello che rimane di una vecchia cappella: mancano le finestre, spicca una croce in ferro battuto. Di fianco, la cuccia gigantesca dei quindici “bastardi”. «I cani dormono lì, ammassati nella stanza. Il padrone spesso passa la notte fuori, in una Peugeot che ormai è diventata la sua camera da letto», racconta velenoso un vicino. Le famiglie che popolano la cascina sono furibonde. Ululati, odori, qualche rischio. Gli animali passano la maggior parte della giornata in un recinto, ma capita che qualcuno riesca a scappare. Puntualmente scattano le segnalazioni. «Ho una pila di denunce alta così», ride Tommaso. «E guarda che i miei cani non hanno mai fatto male a nessuno». Ma il branco spaventa.

Pluto è un pitbull di cinque anni. Ha avuto due vite. La prima stava finendo quando il padrone gli ha piantato un fucile in mezzo agli occhi. Lui gli è volato addosso, l’ha aggredito. Si è salvato. E si è ritrovato due giorni dopo nel cortile di Tommaso. «All’inizio non si muoveva, poi si è scatenato. Ho aspettato un pomeriggio. Un altro. E alla sera gli ho aperto la porta: “Vuoi entrare? Entra. Se no stai lì”. E’ entrato. E adesso è uno del gruppo». Storia diversa, finale simile, per Greta, il cane lupo di nove anni che comanda l’esercito di meticci. «Stava tutto il giorno legata a una pianta. Si attorcigliava alla catena, sotto il sole. Era estate. L’ho vista, l’ho presa». Semplice. «Io ai miei cani do tutto quello che ho. Non si sono mai lamentati. Quando avevamo l’acqua alle caviglie, il fango in casa, loro mica se ne sono andati? Son stati con me. Per questo quando qualcuno cerca di portarmeli via glielo impedisco. Sono la mia vita, vale la pena combattere».

Quando gli animali diventano troppo numerosi, bisogna trasformare l’«allevamento casalingo» in canile. Lo prevede la legge. Ma la cascina è tutelata dai Beni Culturali, le modiche strutturali non sono possibili. In ogni caso, Tommaso se ne frega: «Non mi piacciono i canili. Le gabbie, le procedure. I cani devono essere liberi, qui lo sono. Dormono dove vogliono, entrano in casa quando vogliono. La legge delle bestie non prevede i canili, e quella è la legge giusta». Tommaso con i lupi ci balla per davvero. Nella stanza che confina con la sua ha messo radici una rock band. L’ex ricovero per gli attrezzi si è trasformato in una sala prove: poster dei Rem alle pareti, qualche locandina di concerti posata sul divano, sigarette di rito schiacciate nel posacenere. «Questa cascina è pazza», scherzano. L’uomo lupo è ritornato a Bra da un paio di anni. «A diciotto anni me ne sono andato di casa» racconta, «ho girato tutta l’Italia in bicicletta. Son stato in Sardegna, poi a Civitavecchia. Ho imparato a ristrutturare le case, e mi sono accorto che i soldi non mi servivano a niente. Allora ho lasciato tutto quello che ho ereditato, più o meno vent’anni fa».

Tommaso è allergico allo Stato, alle norme. «I politici mi fanno pietà», ringhia. Non ha telefono né patente, «non esco mai, son sempre qui dal primo gennaio al trentun dicembre» spiega. «I rapporti con gli uomini sono complicati, possibile che debba essere così difficile? Guarda i cani. Son lì che corrono, si divertono, poi magari litigano e si mordono. Faccio un fischio, e ritornano tutti tranquilli». Di solito parla pochissimo, a volte si lancia in lunghi monologhi. Proprio come Kevin Costner, spedito dalla cavalleria a combattere gli indiani («Nessun uomo può dire a un altro cosa fare» urlava in Balla coi lupi), e a innamorarsi di una pellerossa. Anche se è difficile che una storia d’amore possa nascere nella campagna intorno a Bra. «Tanto a lui bastano i cani», sibilano quelli che, almeno per qualche ora, hanno cercato di trasformarsi in Crudelia Demon. Quelli che non riescono a digerire la presenza degli animali, del signore schivo e un po’scontroso, che quando arrivano visite scompare dietro il fienile, in silenzio. Poi, appena la macchina si rimette in moto, sbuca con la testa dalle inferiate del cancello. Aspetta che l’auto abbia svoltato, si gira, e torna a godersi il suo sogno di bambino che è invecchiato con lui.

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venerdì, 05 ottobre 2007

Garibaldi preso a calci

Un bel libro, fresco, cazzone e profondo.

Fideg, Paolo Colagrande

C’è un Garibaldi preso a calci, deriso, scambiato per un impostore perché si presenta ad una festa “alla garibaldina, senza annunci ufficiali, alternativo e sfacciato”. C’è un autolavaggio in cui è seppellito un manoscritto prezioso, sudata prova d’esordio dello scrittore emiliano Bisi, “un personaggio anacronistico e disorientato davanti a questo mondo”. Ci sono tavolate di giornalisti freelance sgangherati e romantici, specchio quasi fedele di una realtà che sopravvive solo nella provincia più alcolica. È il favoloso mondo di Fìdeg, il primo romanzo di Paolo Colagrande, piacentino, avvocato quarantasettenne che si affaccia alla narrativa passando dalla porta principale, quella del premio Campiello. Fìdeg è un romanzo in steadycam, in cui il percorso umano e letterario del protagonista è seppellito di citazioni e divagazioni, spesso acute e, in ogni caso, baciate dal sarcasmo che, da una decina di anni a questa parte, popola i libri degli autori emiliani, da Paolo Nori in giù e che l’autore dipinge come “comicità involontaria, che è nelle cose e non nelle intenzioni, capace di fondersi in modo disadorno con un certo senso tragico dell’esistenza”.

Da Label

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sabato, 22 settembre 2007

Vacci tu

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sabato, 01 settembre 2007

The Forza be with you

«Quando compare su una terrazza di albergo che guarda il Mediterraneo, con mezz’ora di ritardo e i suoi inconfondibili lunghi capelli rossi, dà l’impressione di essere appena uscita dalla pubblicità di una delle macchine italiane che si acquistano con un mutuo di media entità».

Il Guardian intervista la Brambilla. 

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sabato, 25 agosto 2007

Radio Days (are here again)

Lo dico sempre, non lo faccio mai. Ma questa dovrebbe essere la volta buona per tornare a fare un pò di radio, diciamo da metà settembre, diciamo a Torino, diciamo con qualche illustre compare, non diciamo di più. Scaramanzia mista a cautela. La cosa più importante, dopo il boom di podcast amatoriali, è la discussione che si sta sviluppando. Ero in vacanza, e sul Guardian leggevo questo bel pezzo di John Plunkett: un'analisi dettagliata, poca teoria e molti risultati. Anche se il panorama inglese, ovviamente, è inarrivabile. Più facile, e forse più interessante, capirne i risvolti italiani, ben spiegati da Giorgio Valetta in questo intervento apparso sull'ultimo numero di Label, adesso disponibile anche online
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categorie: music
giovedì, 23 agosto 2007

Cuori matti


La vita spericolata di Clemente Mastella: qui.
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categorie: virtuosismi
sabato, 11 agosto 2007

Annus horribilis

In tempi difficili, la Chiesa scopre le campagne on-line.
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