Un bel libro, fresco, cazzone e profondo.
C’è un Garibaldi preso a calci, deriso, scambiato per un impostore perché si presenta ad una festa “alla garibaldina, senza annunci ufficiali, alternativo e sfacciato”. C’è un autolavaggio in cui è seppellito un manoscritto prezioso, sudata prova d’esordio dello scrittore emiliano Bisi, “un personaggio anacronistico e disorientato davanti a questo mondo”. Ci sono tavolate di giornalisti freelance sgangherati e romantici, specchio quasi fedele di una realtà che sopravvive solo nella provincia più alcolica. È il favoloso mondo di Fìdeg, il primo romanzo di Paolo Colagrande, piacentino, avvocato quarantasettenne che si affaccia alla narrativa passando dalla porta principale, quella del premio Campiello. Fìdeg è un romanzo in steadycam, in cui il percorso umano e letterario del protagonista è seppellito di citazioni e divagazioni, spesso acute e, in ogni caso, baciate dal sarcasmo che, da una decina di anni a questa parte, popola i libri degli autori emiliani, da Paolo Nori in giù e che l’autore dipinge come “comicità involontaria, che è nelle cose e non nelle intenzioni, capace di fondersi in modo disadorno con un certo senso tragico dell’esistenza”.
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