“Una volta Fatur, a Bra, maneggiava una trappola per lupi aperta e la brandiva di fronte al pubblico, senza che nessuno si rendesse conto di che cosa si trattava…eravamo terrorizzati”. Il posto in cui volavano le tagliole, scavato come una grotta in un palazzo del centro, era il Macabre. Massimo Zamboni l’esibizione braidese dei Cccp se la ricorda ancora. Era l’apice del furore del gruppo emiliano, era il mondo separato da un muro. La grotta braidese compie trentacinque anni nel modo peggiore, chiudendo. E’ scaduto il contratto di affitto, per la città è tempo di costruire un nuovo condominio di lusso. Cala il sipario su una storia lunga trentacinque anni, fatta di sudore e rock and roll, di sigarette velocissime nel freddo cuneese e di concerti visitatissimi o deserti. Trentacinque anni vissuti intensamente fra cambi di direzione e virate improvvise, senza neppure un buttafuori a presidiare l’ingresso del locale. “Siamo diventati più vecchi di Cristo”, scherza amaro un ex dj. Un’ordinanza di sfratto condanna il locale in cui sono nati i Subsonica e in cui la Bonelli ha ambientato “Delirium”, un episodio di Dylan Dog del 1991. Dal Macabre ci è passato pure Piero Fassino, ex segretario dei Ds. Beveva e sorrideva con Carlo Petrini, numero uno di Slow Food. Beveva, sorrideva, e forse si sentiva un alieno, in giacca e cravatta in mezzo ad un fiume di ragazzi che lo fissavano svogliati, poi entravano a ballare. A differenza di molti locali italiani, il Macabre non è mai stato indie. Non è mai stato catalogabile. E’ stato, questo sì, un calderone in cui si sono fermati fino a ieri i punkettoni fuori tempo massimo, i nostalgici degli anni novanta, i rocker iconizzati, le ragazze in minigonna. Nel 1972, Dorina Busso era la donna che presidiava la cassa all’ingresso della discoteca. La fondatrice, insieme al marito, del locale braidese. “Quando lo aprimmo qui non si sapeva neppure cosa fosse una discoteca, le chiamavano sale da ballo”, spiegava orgogliosa. E’ rimasta lì fino al 2005. Ora che è diventata nonna sta girando l’Italia per rincontrare tutti i gruppi che sono passati dal locale. Gli incontri diventeranno un film. Il regista è suo figlio Luca, uno bravo, uno che racconta la realtà con le immagini per lavoro e che nel 1997, in un’intervista alla Stampa, si fece scappare una profezia poco fortunata: “Nel 2022, quando il locale compirà cinquant’anni, so per certo che sarà così, com’è oggi, com’era ieri”. La storia del Macabre è fatta di famiglie, di amicizie, di simpatie. Poco businnes, poco marketing. I primi anni sono dominati dal soul, dal funky. Il momento della disco-music passa come un fulmine, seppellito dai concerti di Denovo, Diaframma, Panoramics, C.c.c.p. Dal Macabre, prima di morire, fa in tempo a passare anche Nico ai tempi di “Camera Obscura”, non più chanteuse dei Velvet, non ancora immagine da t-shirt. Si trova bene, replica il concerto. I Flashtones arrivano, travolgono tutto, si piantano sul bancone del bar, chitarre in mano, e non scendono più. Rimarranno fino alla chiusura, immortalati in un’immagine in bianco e nero furibonda e poetica. Alex Astegiano, primo cantante dei Marlene Kuntz, ha diciannove anni quando sale sul palco, si attacca al microfono e sviene per l’emozione e per il vino senza riuscire a finire la prima strofa. Si sveglia nel cortile davanti alla discoteca, qualcuno lo sta prendendo a schiaffi. Il terzetto cuneese, al Macabre, ci passa un’infinità di volte. L’ultimo è un concerto quasi clandestino, nel 2003. E’ appena uscito “Senza Peso”, lo zoccolo duro non è troppo convinto. Teme i postumi della collaborazione con Skin, la svolta verso la melodia. “E’ ora di smetterla con le seghe in cameretta” mi spiega il batterista Luca Bergia al pomeriggio, dopo un inseguimento imbarazzato in un negozio di dischi. La sera nel locale non si respira, e i Marlene prendono fuoco. Cristiano Godano, poi, al Macabre ci nasce. “E’ un pezzo di me, fuori da ogni retorica. Ho passato centinaia di ore al Macabre, ho danzato, ho fatto air guitar, mi son preso due o tre pugni, mi sono fatto delle fidanzate, mi sono fatto delle pomiciate, ho preso delle gran sbornie, ho fatto il dj, ho visto alcuni concerti che mi hanno segnato, ho sognato, ho cianciato, ho cercato di fare amare a più gente possibile le musiche che amavo io, non mi sono perso quasi nulla di ciò che vi succedeva tra il venerdì e la domenica. A volte mi sono annoiato, e ho provato una stima del tutto speciale per Dorina, ho fatto alcuni fra i concerti più rumorosi della mia carriera di rockettaro. Ultimamente non ci andavo più se non una tantum, non era più esattamente un rock club, ma l'atmosfera manteneva il suo carisma di peculiarità assoluta”. Carisma creato ad hoc, almeno all’inizio, da una sceneggiatura tutt’altro che divertita. Una donna infilzata da frecce all’ingresso, le stalattiti che pendono dal soffitto, le luci basse. Le cose non cambieranno nemmeno nei trentacinque anni successivi. Per lo meno a livello strutturale, perché la musica suonata dai dj si evolve. Una delle novità più grosse arriva da Londra. A Bra, provincia cronica, alla consolle c’era Carlo Bogliotti, che nella capitale inglese ci volava spesso. “Ho iniziato nel 1992: facevamo una serata che portava in provincia il meglio dell'allora nascente brit-pop: Blur, Oasis, Pulp Stone Roses e moltissimi gruppi minori. Si può dire che fosse una delle poche serate indie d'Italia. A quei tempi suonare il rock non era così comune e fu un grande successo”. Per i cuneesi, il successo, è conquistare le simpatie dei torinesi. Ecco, in quel caso fu così. Un successo. Durò qualche anno, i Nirvana furono uno spartiacque significativo, poi i Chemical Brothers e Fatboy Slim cambiarono i destini di molti club alternativi. Beppe Fenoglio, molto tempo prima, ci scherzava su: “Siamo davvero spacciati se anche i piemontesi degenerano”. I piemontesi degeneravano. Al Macabre. Tutti i sabato sera. Gianluca Servetti fa il dj, il giornalista e il cantante nei rumorosi Mirsie. E’ stato quello che ha sdoganato la musica elettronica in un locale spesso ostaggio degli integralisti rock. “La drum 'n bass, la jungle, il trip-hop ed il big beat sono passati di qui ed hanno lasciato il segno, ma la cassa in quattro risulta sempre difficile da digerire”, racconta, “ricordo sempre un giovanissimo Sergio Ricciardone- membro del collettivo torinese Xplosiva, molto conosciuto in ambito dance- che ad un certo punto passò "Cow Girl" degli Underworld. Una parte del pubblico in pista si mise a fischiarlo sonoramente”. Dunque, rivoluzione fallita. “Personalmente ho cercato di ovviare alla cosa attraverso una soluzione eclettica, creando un flusso che porti la gente a divertirsi e ballare tanto gli Arctic Monkeys quanto, progressivamente, Trentemoller o i Boys Noize”. La scadenza del contratto d’affitto segna la fine di tutti gli esperimenti. “E’ il giorno in cui il rock è morto”, mi sorride mezzo ubriaco un frequentatore che cita Chuck Klosterman. “Quando quella serranda si abbasserà manderò a fare in culo la mia giovinezza, spegnerò la sigaretta e butterò dentro un’occhiata. Convinto che la musica migliore sia già stata suonata”. Da "Il Mucchio"
