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lunedì, 06 agosto 2007

L'Abisso


A me Morozzi piace, non c'è niente da fare. Ho amato i suoi primi libri, sono stato orgoglioso di averlo in "Tutti i musicisti devono morire". Mi piace nonostante non ami nessuno degli scrittori che gli assomigliano. Mi piace nonostante sia giovanilista, nonostante scriva di studenti fuorisede, rock e pallone, nonostante spesso giochi a fare il Nick Hornby all'italiana. Ho preso Blackout, l'unico dei suo libri che non avevo mai letto. E' bello. E' un noir estivo, che per questi giorni è perfetto. Parla di tre tizi che finiscono rinchiusi nello stesso ascensore- uno degli incubi di tutti voi fortunati che avete l'ascensore-. Uno è un serial killer, l'altro è uno studente innamorato. La terza è una protolesbica che lavora come barista. I tre si detestano. Manca l'aria. Bologna è rovente. E Gianluca è bravissimo a sviscerare tutte le paranoie a cui un lettore sdraiato su un letto, tenuto sveglio dal caldo e dalle zanzare, proprio non può fare a meno di affezionarsi.
postato da: dandyindie alle ore 20:34 | link | commenti
categorie: books
mercoledì, 20 giugno 2007

Con o senza tv

Due libri, in questo periodo, stanno viaggiando paralleli. Opposti, simili, paralleli. Due libri di faction, o non fiction. Due viaggi in questa Italia sazia e disperata. Uno romano, uno torinese. Uno di un intellettuale organico alla sinistra, diciamo veltroniano, comunque accasato in quel modo di pensare morettiano, chic e radicale. L'altro, invece, radicale per davvero. Il piccolo manuale di intelligenza realizzato da Edoardo Camurri, "L'Italia dei miei stivali", meno reclamizzato de "L'Italia spensierata", la surclassa in stile e potenza, in testa e stomaco, grazie a pagine di crudeltà gioiosa e lieve, vicina a Ceronetti ed Arbasino, ai loro pellegrinaggi intellettuali per le nostre strade, fra i nostri cervelli. Dentro scorrono le immagini dei fumatori in coda di fronte ad Eataly, delle professoresse che aspettano Galimberti sotto la pioggia, dei pacifisti che sognano orge al caldo delle loro camere post universitarie, della cultura pezzente ed affamata che vive coi rimborsi spese, degli uffici stampa arroganti, dei compilatori di cartelle: l'Italia vera. Nell'altro, cartoline sfumate da Domenica In, dagli Autogrill, da quelli che un uomo di cinquant'anni vicino alla nostra sinistra crede capaci di rappresentare l'italiano medio, come se questa categoria esistesse davvero, come se questa definizione non fosse il parto antidemocratico di una classe dirigente (o paradirigente) shoegazing, piegata sulle proprie Clark's. La guerra fra i due libri è la vittoria scostante e meritata degli occhi vivi. La sconfitta tronfia dei salottieri. La superiorità morale di un filosofo, uomo solo al comando di se stesso, che ci prende per mano e ci fa volare dritti dritti dentro quello che siamo, dentro quello-una volta nella vita- abbiamo voluto, desiderato, stretto.
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categorie: books
giovedì, 05 aprile 2007

Ten years (of tears)

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categorie: books
venerdì, 02 febbraio 2007

La possibilità di un'amicizia impossibile

Ho preparato un pezzo per Stilos. Un pezzo su un romanzo appena uscito. Dalla copertina fichissima, perchè oggi alla Fnac se ne stava lì in mezzo agli altri e mi ha strappato un sorriso. Poi, ho comprato quello che gli stava di fianco, ma solo perchè quello era già al sicuro nello zaino. Il romanzo, si chiama "Buoni propositi per l'anno nuovo". L'articolo uscirà la prossima settimana. Questa, è un'intervista che Giorgio mi ha concesso, e che qui posto. Spero possa interessare. Io credo di si. Chi cita Kafka, scrive di poker, di rock and roll e di amori mancati con la stessa forza: ecco, non credo possa non interessare.

-Innanzitutto, mi piacerebbe sapere come è nato “Buoni propositi per l’anno nuovo”: quali sono i processi che ti hanno ispirato la sua scrittura, quali le tappe che ti hanno portato alla sua pubblicazione…
 
“Buoni propositi” è in realtà il quinto romanzo che scrivo, ma il primo in cui mi sono sentito in grado di gestire una storia. L’idea di fondo è stata partorita quando vivevo a Montpellier, e poi elaborata in Italia fra il gennaio e il maggio del 2005. In un certo senso è un libro “vecchiotto”, e vedo già una grande distanza fra il mio stile di allora e quello che sto portando avanti adesso. Ma è anche un libro sincero, e gli sono molto legato. Mentre scrivevo, sentivo i personaggi che cominciavano a muoversi da soli. Andavo a letto senza la più pallida idea di come proseguire, e la mattina dopo il romanzo stesso me la suggeriva. Una sensazione mai avuta prima.
 
- Il modo in cui si sviluppa la trama, le storie che procedono parallelamente fino ad unirsi: il tuo obiettivo era quello di creare una sorta di processo di identificazione fra i due protagonisti?
 
Sì, più che di identificazione parlerei di vicinanza. L’idea era questa: prendere due persone che non hanno assolutamente nulla in comune, farle incontrare per puro caso, e mostrare come in realtà possano condividere qualcosa – nello specifico un profondo senso di estraneità, che io esprimo parlando di “minore esistenza”. In effetti il titolo originale era “I dintorni dell’esistenza”. Andrea e Jules sono più labili, come relegati ai margini della realtà: ed è proprio questo a unirli. Diciamo che ho raccontato la possibilità di un’amicizia impossibile.

- Nell’articolo definisco il tuo romanzo come una storia di due non-amori? Sbaglio?
 
No, in un certo senso è esatto. Anzi, se ci pensi bene, tutti i personaggi del romanzo tradiscono in qualche modo le aspettative (o gli amori) di Andrea e Jules. Il nonno, Cassandra, la madre di Jules, il padre di Jules, Maurice, persino i coinquilini di Andrea… È come se i due venissero continuamente respinti e abbandonati.

- Rispetto ai tradizionali romanzi di formazione manca in parte l’ammiccamento che molto spesso viene fornito al lettore: il ripetersi di marche, situazioni, gruppi musicali.. È una scelta voluta?
 
Ho cercato di mantenermi il più sobrio possibile riguardo ai riferimenti: ho dato solo quelli che trovavo necessari per evocare certi ambienti, certe situazioni. Inoltre i due protagonisti sono ragazzi un po’ fuori dal comune, quindi non mi sembrava il caso di puntare sui soliti clichés generazionali. Questo vale in particolare per Jules, che di “generazionale” ha davvero ben poco.

- La componente delle “nuove comunicazioni” è molto forte, nel libro, e la sensazione è che alla fine non siano totalmente soddisfacenti. Sbaglio?
 
Non sbagli. Andrea è un autentico tossicodipendente delle chat, un ragazzo che ha avuto un’educazione sentimentale del tutto virtuale. L’idea della comunicazione via internet come simbolo di estraneità è ormai un luogo comune: oltre a questo, mi affascinava ancora una volta l’idea della “minore esistenza” che viene a crearsi. Kafka una volta disse che scrivere lettere è “un contatto con fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo”. Cambia “lettera” con “chat” e ottieni esattamente ciò che cercavo di esprimere.
 
- Le letture dei protagonisti di “Buoni propositi per l’anno nuovo” sono tutto sommato canoniche: sono quelle che hanno formato il tuo background di scrittore?
 
In realtà non molto. Nel libro nomino Tondelli, Kundera, Rimbaud, Hesse, Fante, Schnitzler. Di questi, ho amato davvero solo i primi tre, ma Tondelli è un’acquisizione recente. Come lettore sono sempre stato abbastanza onnivoro: da Dostoevskij a Kerouac, da Proust a Palahniuk, il tutto condito da un sacco di fumetti e un eroe assoluto: Franz Kafka. Ovviamente, non vedo nessuna particolare influenza di questi giganti nel mio primo libro (magari…). Con “Buoni propositi” ho cercato innanzitutto di raccontare una storia. Spero che il resto venga fuori col tempo, in filigrana.

- Quali sono, invece, le tue letture attuali?
 
Da un anno a questa parte, leggo praticamente solo scrittori americani e scrittori italiani della mia generazione. Ho scoperto cose bellissime, ma ora sto ricominciando a variare un po’. Se butto un occhio sul mio comodino in questo preciso istante vedo Dovlatov e Marquez. Comunque so che prima o poi ritornerò agli americani. È inutile, sono peggio di una droga…

- Domanda stupida: quali sono i tuoi buoni propositi per l’anno nuovo? Stai scrivendo qualcosa?
 
Questa è una domanda che prevedibilmente mi stanno facendo in molti, quindi ho deciso di approntare una risposta in tre punti. Il primo sarà sempre lo stesso: crescere come scrittore. Gli altri due cambieranno di volta in volta: al momento, pensavo di fare il chitarrista girovago a Barcellona, e trovare una cura contro i postumi della sbornia. J
Per quanto concerne i lavori in corso, ho finito un nuovo romanzo circa tre mesi fa. È molto diverso da “Buoni propositi”, ma non ti anticipo niente. Adesso sto preparando una raccolta di racconti, e ho qualche idea nebulosa per altri due romanzi... Vedremo.

- Oltre ad essere autore, sei anche animatore della rivista letteraria Eleanore Rigby. Come vedi il panorama letterario italiano? Cosa pensi degli autori emergenti e quali consigli puoi dare?
 
Credo che il panorama letterario italiano – in particolare quello giovanile – sia cresciuto molto negli ultimi anni. Sono emersi degli scrittori straordinari (ti cito i miei preferiti: Mancassola e Archetti), e c’è grande fermento. Purtroppo per altri versi la situazione rimane ancora statica. Con Eleanore Rigby cerchiamo di dar voce a un tipo di letteratura ancora poco rappresentata in Italia, più ispirata a tendenze fumettistiche o anti-minimal. Ma soprattutto, cerchiamo di fare casino. Perché crediamo che fare casino sia essenziale. Diciamo che vorremmo essere la frangia rock delle riviste letterarie!
Infine, come scrittore esordiente, non sono certo nella posizione di dare consigli. L’unica cosa che posso raccomandare è quella che mi ripeto ogni giorno: essere spietati con se stessi. È banale, ma è maledettamente vero. L’autocritica è la sola via per crescere
 

Bonus track: In tempo di pace, tratto da 'tina

Bonus track (pt.2): The New Year- Death Cab for Cutie (tasto destro e salva con nome)

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categorie: books, virtuosismi
venerdì, 26 gennaio 2007

Un impasto di grigi

Marco Bosonetto è uno scrittore intelligente e talentuoso. Dovrebbe essere sempre così, non lo è quasi mai. Ho aspettato molto a leggere il suo "Morte di un diciottenne perplesso", per colpa di un titolo che trovo brutto, poco significativo. Sbagliavo. "Morte"è una raccolta di racconti strepitosa. Marco è di Cuneo, ora vive a Piacenza. Ma la sua cuneesità emerge, si fa pregio, si trasforma in un sentire disilluso ed ironico. La città triangolare è sullo sfondo, eppure ogni tanto emerge prepotente. Emerge anche nelle teste nei ragazzi che popolano il libro. Ragazzi convinti che "un oppressore abbia sempre torto ma non che un oppresso abbia sempre ragione". Personaggi profetici, chè il tenore di vita della nostra generazione sarà inferiore a quello dei nostri genitori. Traslocatrici folli, mulier flexibilis, presentatrici televisive sicure che la vita succeda lì dentro (nella scatola). Dementi che si commuovono con le sigle dei cartoni animati, nostalgici da salottino. Niente luoghi comuni, niente ribellismi. Nella città triangolare gli psichiatri non assomigliano a Morelli, Quando va male ci si confessa con gli amici. "Caro Simone, certe volte ho l'impressione di non aver sposato una moglie ma un cahier de doleances". Poi ci si concentra sull'infanzia, con lo strepitoso Cunzo Podda, rotto in culo. Già apparso su un vecchio Maltese. Applausi per Marco. Lì dentro si legge di tutti noi. Lì dentro ci sono menzogne, colpi bassi, innamoramenti. Tutto quello che ci serve, tutto quello che ci servirà.
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categorie: books
sabato, 25 novembre 2006

Cassetti che si svuotano

Se n'era già parlato qui. Ora si è ripreso il discorso, tutto pubblicato sull'ultimo Stilos.

immagine evento
"I capelli sono fondamentali - bisogna assolutamente tenerli dritti - in piedi - come spilli - borchie - sono un simbolo importante - le punte rigide significano odio - i capelli devono stare in piedi - incazzati con il mondo intero". È l’attacco, riottoso e senza ritorno, di «Costretti a sanguinare» che torna nelle librerie quasi dieci anni dopo la prima uscita, per la milanese Shake, casa editrice combattente ed intelligente, con un occhio al sociale e uno alle controculture di ogni tipo. Torna, e lo fa con una prestigiosa edizione Einaudi, che lo pone così in una ipotetica biblioteca della memoria, regalandogli uno status ufficiale e, in qualche modo, promuovendolo a documento principale di un periodo storico- quello del punk in Italia- che merita di essere ricordato non solo per il lato musicale. Quello che rende speciale questo libro, però, non è neppure la sua minuziosa analisi controculturale, ma la potenza evocativa delle parole e del racconto, che mischia con urgenza autobiografia e finzione, ricordi condivisi e squarci intimisti, riflessioni sul sociale e vicende dolorosamente private, citando Balestrini e la cultura cyberpunk. In una Milano apocalittica e livida, fra volantini , amplificatori, case occupate e scontri, si crea dal nulla, con la sola forza della suggestione, un intero movimento che si ispira alla scena d'Oltremanica, dove il fenomeno esplode con qualche mese d'anticipo. Nel racconto di Marco, quasi una trascrizione di un discorso fiume, concitato e violento, il vissuto si fonde con la cronaca, si immerge nell’atmosfera punk posizionandosi splendidamente all’interno di un’Italia- quella del craxismo- in parte dolorosamente attuale. I punx a torso nudo che si feriscono di fronte alla Milano dei salotti, scrivono con Philopat un romanzo-vita, zingaro e splendidamente naif, ribelle e, nonostante la profezia del no future, costruttivo, fatto di territori conquistati e persi, di spazi costruiti per la cultura e per il combattimento. L’autoproduzione, oltre ad essere l’unica strada percorribile, è anche una scelta di vita, le fanzine- veloci e appassionate- sono l’unico mezzo di comunicazione accettato. «Chi usciva dalle scuole non aveva nessuna garanzia di futuro. La risposta dei movimenti era ormai frastornata dall'eroina o dalla volontà di essere normali. Eravamo pochi e ultraradicali. Siamo stati cacciati dai posti di lavoro. Cacciati dalle famiglie. Eravamo poche decine di giovani, in mezzo alla strada», dichiarava Philopat qualche tempo fa. Cresceranno anche i punx, anche se molti non ce la faranno. Le droghe, l’alienazione, i viaggi, la maturità avranno effetti deleteri. Ma l’esperienza del Virus, il centro sociale capace di attirare gente da tutta Europa, l’Io alterato di Marco, la ricerca interminabile di approdi obliqui e virtuali non conosceranno la fine neppure in quel 1984 che segna la «data di scadenza» sia del movimento che del memoriale. Parente stretto di un altro splendido romanzo “non fiction” come «Prima pagare poi ricordare» del bolognese Scozzari, «Costretti a sanguinare» digerisce i ricordi facendoli a pezzi e riattaccandoli in uno stile selvatico e appassionato, commovente nel descrivere gli errori e per nulla timoroso nell’affermare la superiorità della strada a quella delle accademie. Schivata l’apocalisse, il racconto si completa da sé: con le mille diramazioni che il punk si regala, siano esse la creatività applicata al disegno e alla grafica, le suggestioni musicali, l’organizzazione di eventi o la scelta di una vita ordinaria eppure inscindibile dall’esperienza rivoluzionaria conosciuta in gioventù. Quello che sembrava un treno lanciato in una galleria scura, inizia ad intravedere finalmente la luce: ma è il treno che arriva nella direzione opposta, il berlusconismo degli anni novanta, e la speranza in parte affossata del web. È tempo di nuovi tagli, e di nuovo sangue.
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categorie: books
domenica, 19 novembre 2006

Playlist

La domenica si svuotano i cassetti: questo pezzo comparirà, riveduto e corretto, sul prossimo numero del quindicinale «Stilos», in edicola. Ho fatto qualche domanda a Luca Sofri, sul suo primo libro...

Playlist. La musica è cambiataSecondo Nick Hornby le canzoni sono le fotografie migliori da applicare ai periodi più o meno felici della nostra vita. Luca Sofri, giornalista free lance e conduttore radiofonico, decide allora che è il momento di srotorarlo, il suo rullino. Ritoccando i dettagli in Photoshop, e trasformando le immagini in formato digitale. Perché Playlist parte proprio dal presupposto fondamentale che la musica, negli ultimi anni, ha cambiato non solo supporto- spostandosi dal cd all’mp3- ma anche la propria fruibilità.
L’I-Pod, contenitore infinito di canzoni, permette così di assemblare e modificare a piacimento il proprio quotidiano palinsesto musicale. E di scavare negli archivi e crearsi una vera e propria “colonna sonora della vita”. Quella di Sofri, per esempio, conta 2256 voci, una parte minuscola ma estremamente significativa del panorama musicale contemporaneo. Dal particolare degli Abba e della loro Sos, unico caso mondiale di nome e titolo palindromi, fino ad arrivare ad Eminen, passando per esempi più o meno colti, più o meno sofisticati. Il tutto, archiviato e trattato con intelligenza e spirito, con un atteggiamento sospeso fra il giornalismo musicale e il diario: un modo piacevole ed interessante di coltivare la propria “arte del nastrone”.
Luca risponde alle nostre domande da New York, una città che in questi giorni sta vivendo una nuova, e in qualche modo traumatica, rivoluzione musicale: chiude il Cbgb’s, locale storico del punk statunitense, e contemporaneamente viene presentato il nuovo I-Pod.
 
Mi piacerebbe sapere come è nato Playlist…..
Sinceramente, è andata così. Mi hanno chiesto di scrivere un libro, altre
volte, come fanno gli editori con chiunque abbia una minima notorietà. Ma io
non credo di essere capace, per scarsa inclinazione alla concentrazione su
un solo lavoro, e poi non avevo niente di cui scrivere. Poi ho fatto
amicizia con un responsabile della Varia in Rizzoli, e allora per fare una
cosa assieme, ho tirato fuori da un cassetto questa idea, che mi pareva
abbastanza rapida da svolgere e senza la continuità impegnativa di un libro
vero: è diventato un impegno lo stesso, che ha richiesto sette mesi di lavoro intenso dove io sventatamente pensavo di mettercene quattro.
Le canzoni scelte rispecchiano assolutamente il tuo gusto personale, ma credo
che dietro ci sia stato in ogni caso un criterio di selezione….Se è così, qual è stato?
Quello che dici: il gusto personale. Sono tutti pezzi che, in modi differenti,
mi piacciono. Ho soltanto deciso di mettere un po' d'ordine nel mucchio
delle canzoni, dividendole per playlist per interprete. E allora ho escluso
quegli interpreti che non avessero almeno sei belle canzoni capaci di formare una playlist.
Qualcuno sostiene che “l ‘amore ai tempi del telefono fisso”, fosse tutt’altra cosa. Il ragionamento è anche applicabile alla musica. Cos’è cambiato nel tuo approccio musicale nel passaggio dal vinile alla cassetta, e in quello successivo, dal cd all’mp3?
Tutto e niente. È cambiata l'accessibilità della musica, e poi io sono poco
esemplare perché ascolto anche per lavoro troppe cose e non riesco più a
godermele come quando ero più giovane. Ma la passione per le canzoni e le
emozioni conseguenti, perdonami la retorica, sono uguali.
Questa domanda è probabilmente legata a quella precedente. Credi che abbia ancora senso, nell’ottica di un artista, dare alle stampe un album, cosìcome lo si intende comunemente, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sui singoli brani?
Io credo che abbia senso qualsiasi scelta si faccia, se ha un qualche
motivo. Di certo, se si fa un cd di sessanta minuti a costo di infilarci
alcune cose mediocri, solo "perché si è sempre fatto così", ecco, quello non è un motivo.
C’è qualche autore, e qualche libro, che ti ha ispirato particolarmente per
la stesura di Playlist?
No, non direi. L'ho fatto anche dopo aver verificato che non esisteva nulla
del genere. Ho citato il precedente delle 31 canzoni di Hornby, ma quello
era il lavoro di uno scrittore a partire dalla musica. Il mio è un lavoro
diciamo giornalistico, sulle canzoni.
Neil Young si decise a rimasterizzare On the beach, il suo disco più
doloroso, solo molti anni dopo il resto del suo catalogo. On the beach,
nella versione cd, restò per molto tempo un’idea, una timidezza che negava
il suo ascolto a tutti i non possessori del vinile. Pensi che possa esistere un discorso simile, nell’atteggiamento sostanzialmente conservatore di alcuni musicisti, una sorta di pudore, una paura che un’opera d’arte perda parte della sua sacralità se svincolata dal supporto fisico?
Non so, può darsi. Ma mi pare che la storia proceda molto più rapidamente di
ogni pudore.
Oltre ad essere scrittore, giornalista e conduttore radiofonico, sei anche
stato uno dei primi a creare una piccola radio on line. Ci racconti
l’esperienza di Radio Wittgenstein?
È un'esperienza piuttosto piccola e semplice, e ha a che fare con quanto ho
scritto anche nel libro: il desiderio di sfogare la propria creatività - in
assenza di talento - selezionando e comunicando il talento altrui. Nella
fattispecie, il desiderio di fare il deejay.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi del giornalismo musicale…. Credi che ai tempi di Soulseek e della musica sostanzialmente gratuita e alla portata di tutti. abbia ancora un senso? E’ legittimo pensare che possa essere sostituito dai blog?
I blog sono giornalismo musicale. Non mi piacciono le distinzioni di
categoria. Non si è giornalisti perché si ha il tesserino, non si è
giornalisti musicali perché si scrive di musica. Si scrive bene o si scrive
male, e la maggior parte dei giornalisti musicali scrive male e cose noiose,
incapace di estraniarsi dall'atteggiamento del fan e capire che fuori - al
di là dei concerti dei Subsonica - c'è un mondo. In realtà non seguo abbastanza i blog musicali per poter dire quali sono i miei preferiti, ma trovo molto interessante il sito Vitaminic.it
Per chiudere, direi che potremmo dedicarci allo stupido ma divertente giochino delle classifiche: mi piacerebbe sapere le tue cinque canzoni di sempre…
Te ne dico cinque, ma domani potrei dirtene altre: Genesis, Carpet Crawlers; Counting Crows, A long December; Damien Rice, The blowers daughter; Claudio Lolli, Ho visto anche degli zingari felici;Willy DeVille, Hey Joe.
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categorie: books

Sulla via di Damasco

Nel numero oggi in edicola, il settimanale Carta pubblica un mio pezzo su Ferretti, e sul suo libro «Reduce». Spero non sia maleducato, o offensivo. Ho cercato di riderci su. L'affetto è sempre quello.

ReduceCamillo Langone è un conservatore buffo, prestato dalla Chiesa alla buona tavola per il bene dei fedeli. Parmigiano, scrive quasi quotidianamente una rubrica sul Foglio, una rubrica di invocazioni grottesche e insieme colte. Langone ama le esagerazioni, detesta i gay, sostiene la superiorità del cristianesimo. Soprattutto, Langone, è attratto morbosamente dai borderline “volontari”, dai peccatori consapevoli. Giovanni Ferretti è uno di questi.

L’ex punkettone militante ha voltato pagina con una lettera al quotidiano di Giuliano Ferrara, che non ha aspettato un istante ad arruolarlo nell’esercito del bene. Giovanni Lindo Ferrara (il copyright dell’espressione spetta al blogger indiessolvenza) si scaglia con violenza contro la fecondazione assistita: anche i cavalli, in fondo, non hanno bisogno di nient’altro che di scopare. Per l’ex Cccp vale la legge del cazzo dritto, alla faccia della scienza. I due si incontrano sulle posizioni di Ratzinger, entrambi dichiarano guerra al relativismo, senza ricordare che il suo contrario- l’assolutismo- è quasi bandito da una modernità che ha, oltre a centinaia di difetti, il pregio di una terminologia chiara, rigorosa. Mondadori fiuta l’affare, e chiede a Ferretti un’autobiografia, in uscita. Il libro si chiama “Reduce”. Ha dalla sua un potere evocativo forte, una solennità quasi inquietante: Mondadori crede nella non fiction, la corrente che mescola narrativamente cronaca e romanzo. Al di là del caso Gomorra, quest’anno è uscito Gladiatori, un’indagine emotiva di Franchini, in giro per le palestre, alla scoperta dei combattenti di oggi, delle vite violente in giro per il mondo. Gladiatori è un volume affascinante. Reduce si pone nella scia. Ma è incentrato su un combattente solo: Ferretti Lindo Giovanni, una vita rock and roll ed un presente di allevatore nascosto sull’Appennino Tosco-Emiliano, ad accudire i vecchi parenti. Il Foglio dedica al libro due pagine, con il resoconto tragicomico della visita di Langone alla dimora ferrettiana: un incontro di menti libere e partigiane, antimoderne e genuflesse. Anime che sbiadiscono, dopo le fiamme. Si scopre così che Giovanni ha abbracciato la causa di Israele. Che le preghiere dei Cccp erano invocazioni pure, con nessun riferimento al teatro, alla messa in scena. Che non ci salverà la ragione, ma la fede. “Ero qualcos’altro, e dovevo andarmene da un’altra parte. Ho deciso che, nella sfiga, sarei diventato un punk”. Le parole di Ferretti, parole di dieci anni fa, ora tornano tremendamente attuali: la scelta di vita si fa nel momento di crisi, la scelta si fa per calcolo. Questo, allora, è il momento della religiosità, della nuova provocazione in toga. Se il punk era un questione di capelli, perché non approfittare della calvizie? Se il diavolo veste Prada allora il Signore indossa sandali freakkettoni e legge guide alle osterie? La risposta nell’intervista che Langone prepara a Ferretti, così come in quella rilasciata a Socci: «Sono probabilmente l’unico neoconservatore dossettiano del panorama mondiale: il pensiero neocon mi ha stupito e interessato. Si definiscono liberal assaliti dalla realtà o comunisti venuti dal freddo: e io mi ci ritrovo benissimo». Sostiene Langone che “come tanti mistici, Ferretti è anche un pratico”. Poi incolpa l’Italia musicale di strabismo: “ L'Italia dei concerti funziona così, se ti classifica di sinistra poi le ci vogliono vent'anni perché si accorga che invece stai cantando solo ed esclusivamente il Sangue, il Suolo, il Sacro”. Già, l’Italia. E tutte le sue contraddizioni, in un corpo solo. Quello del fu Ferretti, muezzin devoto alla Madonna e ai cavalli. “Ferretti” conclude il Foglio, “col riempire la sua casa di candele, presepi, immagini della Madonna, bandiere israeliane, libri di Gorge Weigel, foto di papa Benedetto XVI, non ha tradito e non si è convertito, ha invece proseguito”. Già, come al solito. Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia. Altri perché la Chiesa cattolica, in quel periodo, era tremendamente out.
 
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categorie: books
martedì, 10 ottobre 2006

Viaggi verso la fine

 
«Gli anni distruggono ogni cosa. Non riesci nemmeno a comprenderla questa regola senza eccezioni, che di colpo sei costretto a guardare rovine e fumo davanti e dietro intorno a te» .
Se poche parole, estrapolate da un discorso e isolate freddamente su una pagina, potessero rappresentare un libro alla perfezione, queste disegnerebbero un volume carico di addii, malinconie e fredde immagini sgranate.
Luca Ragagnin, attorno a queste righe, ha disegnato negli anni una piccola e preziosa raccolta di racconti e suggestioni, varia e magari fuori fuoco eppure pulsante di una vitale e pulsante umanità, in viaggio, costantemente, verso la fine: una galleria di personaggi «colti in un momento di svolta esistenziale, più o meno consapevole. Il momento in cui si preannuncia nella vita di un essere umano, e a volte in maniera visibile solo a posteriori, un'increspatura, un dubbio, un evento anche minimo che lo pone di fronte a una scelta».
Si delinea così una Torino invernale e brumosa, immersa fino al midollo in una atmosfera lunare e obliqua, sospesa com’è fra esistenzialismo e spirito avventuroso, fra autoanalisi e tensione verso la fuga, carica di «un senso di perdita forte e obbligatorio. Qualcosa lo devi abbandonare, e non puoi sapere da subito se stai abbandonando la situazione sbagliata. Il dubbio ti rimane sempre».

(Parte di un articolo che verrà pubblicato nel prossimo numero di Stilos, in edicola fra un paio di settimane. Le parole tra virgolette sono di Luca. Le altre, mie).
 
 
postato da: dandyindie alle ore 20:48 | link | commenti (1)
categorie: books
mercoledì, 30 agosto 2006

Editori a perdere

Sto preparando un articolo su un fenomeno- credo- non troppo conosciuto: l'editoria a pagamento. Facendo qualche domanda, si scoprono cose incredibili. Gente che paga fino a quattromila euro per veder stampato il proprio libro, editori che obbligano l'autore ad acquistare un numero spropositato di copie che non leggerà nessuno, contratti criminosi. Eppure, nonostante trovi questa cosa allucinante, non riesco neppure a mettermi dall'altra parte: come spendere tutti quei soldi per appagare un desiderio (pubblicare) che non ha in sè niente di così desiderabile? Come non rendersi conto di un fatto così chiaro da sembrare scontato: che quello editoriale è un mercato, esattamente come tutti gli altri, e che far sentire la propria voce, soprattutto quando non sembra interessare a nessuno, oltre ad essere presuntuoso è folle e insensato. Ora, dalle logiche del mercato può essere più che possibile svincolarsi: c'è una strada, adorabile, che è quella dell'autoproduzione: se voglio- immaginiamo- pubblicare qualcosa che ritengo interessante, posso agevolmente superare le barriere editoriali: stampo qualche copia (e con la stampa digitale non è così costoso), metto il culo fuori dalla porta di casa, cerco di promuovere il mio lavoro. Nella musica, una cosa del genere succede da sempre, e spesso ha dato risultati favolosi. Ecco, una strada possibile potrebbe essere quella del diy: ovvio, non selvaggio, ma studiato e prodotto al meglio, con una dose di incoscienza irrinunciabile. L'altra (strada) potrebbe essere lasciar perdere: rendersi conto che al momento il mercato non è disponibile, che il proprio lavoro non è richiesto, che l'urgenza di scrivere, se esiste, è soltanto negativa. L'urgenza, ne sono convinto, è nemica della scrittura: fatta di cesello, sottrazione, lentezza. Ma l'editoria a pagamento, signori, l'editoria a pagamento no.

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categorie: books