Lo dico sempre, non lo faccio mai. Ma questa dovrebbe essere la volta buona per tornare a fare un pò di radio, diciamo da metà settembre, diciamo a Torino, diciamo con qualche illustre compare, non diciamo di più. Scaramanzia mista a cautela. La cosa più importante, dopo il boom di podcast amatoriali, è la discussione che si sta sviluppando. Ero in vacanza, e sul Guardian leggevo questo bel pezzo di John Plunkett: un'analisi dettagliata, poca teoria e molti risultati. Anche se il panorama inglese, ovviamente, è inarrivabile. Più facile, e forse più interessante, capirne i risvolti italiani, ben spiegati da Giorgio Valetta in questo intervento apparso sull'ultimo numero di Label, adesso disponibile anche online.
Poi dicono che la potenza del passaparola tradizionale è stata soppiantata da quello on line: Reza Pishro, a Teheran, sarebbe una stella anche senza lo spazio su Myspace. Il percorso dei suoi album, però, è più tortuoso del solito: spesso finiscono seppelliti sotto una montagna di altri cd, nascosti nei cofani delle macchine, passati rapidi fra gli studenti all’università. Perché Reza rappa anche contro il regime di Ahmadinejad, e il capo, ovviamente, non sembra gradire troppo. Le cose sembravano procedere, ma la notte del 22 aprile si è andati oltre. Perquisizione della polizia in tre sottoscala adibiti a studio di registrazione, distruzione immediata dei poster di Public Enemy e Run Dmc e arresto immediato per Reza ed altre sei persone finite dentro- diversamente da Doherty- senza neppure passare dalla copertina del Nme. Chi è riuscito a scappare, invece, è Soroush, leader degli Hickcas e autore di “Giungla d’asfalto”, il pezzo che secondo il ministro per la Cultura e l’Orientamento islamico sarebbe “un inno all’impero persiano invaso dagli arabi per essere islamizzato”: in due parole, la Anarchy in the Uk di quel mondo rovesciato che è l’Iran degli ultimi anni. Sono due episodi di una delle guerre che il governo sta portando avanti: solo nel 2006, infatti, sono stati chiusi 150 locali underground. Molti erano clandestini, improvvisati, piccole oasi dove buttare fuori tutta la rabbia. Altri, sono stati soffocati direttamente dall’interno. Roba da far impallidire Ricucci, Wanna Marchi e i Clash: combattere la legge e perdere, a Teheran, è diventata la regola.
C'è un'Italia che alla fine non ce l'ha fatta. L'immaginario di qualche anno fa, fatto di soffitti sanguinanti e di epiche della sconfitta, non ce l'ha fatta. Non è passato. Però ogni tanto riemerge prepotente. Tanto per cambiare, mi sono perso dentro i dischi e le immagini. Questa volta sono ritratti prepotenti di disfatte. Il Teatro degli Orrori è un gruppo retorico e sopra le righe, nostalgico e violento: cita Jesus Lizard, Carmelo Bene, Birthday Party. Puzza di sigarette, vino rosso, corse a perdifiato. Sa di parole slegatissime (Non me ne frega niente di Dio, del demonio, dei sacramenti o di te), di amori folli (Compagna Teresa, quanto vorrei amarti in solitudine), di partenze (Come ci illudi Tom di essere ancora tutti vivi, avrei voluto dirti tante cose, forse la più importante non la ricordo più). Avrebbe tutto, insomma, per non piacermi. Eppure lo sto amando alla follia. I Petrol sono sporchi e dilatati. Torinesi al 100 per 100: torinesi nel senso di volte cadenti, ragazzi ubriachi, rivolte promesse e rimangiate, sei di mattina. Noise-poesia da due lire-maledettismo noir. Gruppi nietzschiani, senza speranza: tutti e due, procedono paralleli e dipingono una primavera rosso bordeaux, che fa appassire un po' il sole fastidioso di questi giorni. Sgretolano un po' questa perfezione fasulla che fingiamo di respirare sulle scrivanie. Forse quando ci si immerge a lungo in un ambiente perfetto, fatto di persone diverse eppure simili, questi particolari posso essere dati per scontato, possono passare in secondo piano. Poi, quando l'impatto con il fuori ritorna obbligatorio, i pensieri altri diventano di nuovo necessari e liberatori.
Poi dicono le coincidenze. Seattle, inizio degli anni Novanta. Cameron Crowe gira Singles, un film sulla scena musicale della città. Nella colonna sonora anche gli Screaming Trees di Mark Lanegan. Sono gli anni del grunge, del disagio rigoroso. Mark, in realtà, è più a disagio degli altri: droghe, storie d’amore finite, rapporti logori. E una metropoli industriale sullo sfondo. Qualcuno di solitudine muore, Mark nella solitudine rinasce. Lo fa con la complicità decisiva di Mike Johnson e J. Mascis, che lo aiutano a regalarsi un album di ballate scheletriche e fosche, affogate nel blues e nel country, intrise di una religiosità vissuta obliquamente; Whiskey for the Holy Ghosts, in fondo, non è altro che un corso di sopravvivenza per solitudini prima negate e poi accettate, ma mai del tutto comprese. Fra i solchi dell’album scorrono allora le malinconie elettriche di ‘Borracho’ e ‘Pendulum’, che si intersecano con i tamburi di ‘Beggar’s Blues’ e i violini di ‘Kingdom of Rain’ disegnando un manuale degli addii struggente e doloroso.
The repeat forever moment: ‘Carnival’. Il mondo alla rovescia. “Tell your ma that you're gone to the freakshow, I'm crawlin' all over the carnival”. L’inferno esiste, ed è pericolosamente affollato.
Da Label 24
Nel 1994, dodicenne, scoprii la musica dei Sangue Misto in una cassetta allegata a Tutto. Il pezzo che compariva sulla compila era Clima di tensione. Tredici anni dopo, metto su Sxm, che dei Sangue Misto è stato L'ALBUM. Lo straniero spacca sempre di più, le rime sono intelligenti e corrono: forse, il fatto che per noi (nati nei primi ottanta) la musica sia una discriminante così importante, anche- soprattutto- a livello estetico, è per un motivo molto semplice: abbiamo potuto scegliere il meglio, negli anni più importanti. Se accendevamo la tv, su Videomusic passano video di Marlene, Casino Royale, Afterhours: tutti gruppi con una storia ed un'estetica assolutamente particolare, con le radici indipendenti. Probabilmente, il fatto che la musica si svaluti, che lo stile si appiattisca, parte tutto da qui. Oggi a dodici anni vedi Mondo Marcio, ieri alla stessa età vedevi Deda (e l'esempio hip hop è totalmente casuale, non essendo io un ascoltatore "tradizionale" di hip hop): la differenza è troppo, esageratamente sensibile.
Demenza e attitudine, quando viaggiano insieme, danno vita a risultati strepitosi. E- ehm- non si sta parlando del Bagaglino, che quest'anno è decisamente meglio del solito. No. Si parla dei Crookers, ultima strepitosa scoperta di questo week end pieno di citazioni a caso. Stupidi come noi e groovosi come gli Scuola Furano, i Crookers hanno fuori un sacco di pezzi, fra cui questo mixtape, pieno di robe assurde e divertenti: Voglio solo limonare,per esempio, o la Vita sotto la tastiera. Bella scoperta.
* Leggere con accento anglofono, please...
Nuove band emiliane crescono. Anche se i percorsi sono diversi dai soliti. Fratelli minori della Juniper Band (alla formazione originale si sono aggiunti Maria Giulia Degli Amori e Lele Montanarella), riferimenti da cercare direttamente dall’altra parte dell’Oceano, gli You Should Play In A Band esordiscono con un album omonimo pubblicato dalla fiorentina Black Candy, che negli ultimi anni difficilmente ha sbagliato un colpo, e prodotto da Bruno Germano dei Settlefish.
Chitarre acustiche, doppia voce, strumenti tradizionali, pianoforte e fiati: per gli appassionati, troppa grazia. Owen, Ida, Neutral Milk Hotel, Mojave 3, il Neil Young più agreste: l’immaginario di cui si sono nutriti i ragazzi è riconoscibile e coinvolgente, fatto di toni rarefatti e cavalcate quasi western, di rimandi cinematografici e divagazioni slacker eppure, in qualche modo, assolutamente personale, almeno per i territori italiani. Songwriting di classe (ma alcuni pezzi sono recuperati dall’archivio della Juniper Band, e completano la scaletta un paio di cover), suggestioni vintage, gusto per le melodie: difficile chiedere di più ad un’opera prima in grado di mescolare le delicatezze di “Every Hour Wounds, Last One Kills” con la ruggine della younghiana “When You Dance You Can Really Love”, le atmosfere di frontiera di una “Gemini” che sembra rubata ai Calexico con lo slowcore di “Tweedle”. Undici brani, non uno da scartare: undici solitudini che intrigano e accarezzano.
Bonus track:
Gemini (tasto destro e salva con nome)
Our Beautiful Land (tasto destro e salva con nome)
