branchie

There's more to life than books, you know but not much more

Chi sono

Blogger: dandyindie
Branchie.

Mail

dandyindie@libero.it

Books

Contatore

visitato *loading* volte
sabato, 25 agosto 2007

Radio Days (are here again)

Lo dico sempre, non lo faccio mai. Ma questa dovrebbe essere la volta buona per tornare a fare un pò di radio, diciamo da metà settembre, diciamo a Torino, diciamo con qualche illustre compare, non diciamo di più. Scaramanzia mista a cautela. La cosa più importante, dopo il boom di podcast amatoriali, è la discussione che si sta sviluppando. Ero in vacanza, e sul Guardian leggevo questo bel pezzo di John Plunkett: un'analisi dettagliata, poca teoria e molti risultati. Anche se il panorama inglese, ovviamente, è inarrivabile. Più facile, e forse più interessante, capirne i risvolti italiani, ben spiegati da Giorgio Valetta in questo intervento apparso sull'ultimo numero di Label, adesso disponibile anche online
postato da: dandyindie alle ore 00:00 | link | commenti (2)
categorie: music
mercoledì, 09 maggio 2007

The law won

Poi dicono che la potenza del passaparola tradizionale è stata soppiantata da quello on line: Reza Pishro, a Teheran, sarebbe una stella anche senza lo spazio su Myspace. Il percorso dei suoi album, però, è più tortuoso del solito: spesso finiscono seppelliti sotto una montagna di altri cd, nascosti nei cofani delle macchine, passati rapidi fra gli studenti all’università. Perché Reza rappa anche contro il regime di Ahmadinejad, e il capo, ovviamente, non sembra gradire troppo. Le cose sembravano procedere, ma la notte del 22 aprile si è andati oltre. Perquisizione della polizia in tre sottoscala adibiti a studio di registrazione, distruzione immediata dei poster di Public Enemy e Run Dmc e arresto immediato per Reza ed altre sei persone finite dentro- diversamente da Doherty- senza neppure passare dalla copertina del Nme. Chi è riuscito a scappare, invece, è Soroush, leader degli Hickcas e autore di “Giungla d’asfalto”, il pezzo che secondo il ministro per la Cultura e l’Orientamento islamico sarebbe “un inno all’impero persiano invaso dagli arabi per essere islamizzato”: in due parole, la Anarchy in the Uk di quel mondo rovesciato che è l’Iran degli ultimi anni. Sono due episodi di una delle guerre che il governo sta portando avanti: solo nel 2006, infatti, sono stati chiusi 150 locali underground. Molti erano clandestini, improvvisati, piccole oasi dove buttare fuori tutta la rabbia. Altri, sono stati soffocati direttamente dall’interno. Roba da far impallidire Ricucci, Wanna Marchi e i Clash: combattere la legge e perdere, a Teheran, è diventata la regola.
postato da: dandyindie alle ore 16:56 | link | commenti (3)
categorie: music
venerdì, 04 maggio 2007

Radio Department

Sull'ultimo numero di Label ho scritto dei Radio Dept. Un pezzo lungo, poi un pò tagliato.Non interesserà a nessuno, credo, ma lo posto lo stesso.

Lund non è Stoccolma. Meno caffè, locali, salotti che contano. Nella Svezia lontana dai riflettori, però, abbondano le stanze spaziose, le camere insonorizzate, le sale prova improvvisate. Ci si può permettere più alternative: i volumi delle chitarre ne guadagnano. Le frangette si accorciano.
Le t-shirt si restringono. E le voci si scansano, si lasciano seppellire dai rumori, dai giocattoli, dalle urla e dalle risate: in una cantina meno buia del solito, nel 1998, nascono i Radio Dept. Martin Larsson e Johan Duncanson, adolescenti innamorati di Bloody Valentine, Saint Etienne e Jesus & Mary Chain, decidono che è ora di liberare distorsioni e amplificatori, ascoltano per l’ultima volta la cassetta-manifesto C86, e registrano alcuni brani su un vecchio quattro tracce: qualche tempo dopo, i pezzi verranno recuperati in Against the tide, il demo che inizia a circolare con insistenza negli stereo dei soliti noti. Seguono due album, Lesser Matters e Pet Grief: diversi eppure complementari. Due tasselli morbidi e taglienti che portano i Radio Dept oltre oceano. Quasi un decennio dopo, Johan non è cambiato per niente; caustico, indipendente e poco incline a qualsiasi tipo di compromesso, si lascia andare ad un piccolo sfogo che stupisce ma rimane sostanzialmente comprensibile: un j’accuse ispirato contro la discografia, l’hype e tutte le inutilità che rischiano di scalfire l’immagine di quel minuscolo gioiello che continuiamo a chiamare indie-pop. “Abbiamo avuto qualche pressione, durante la realizzazione di Pet Grief, ma abbiamo registrato il nuovo lavoro proprio durante la pubblicazione di Lesser Matters, così non è stato un ritorno repentino, o particolarmente inatteso. C’è sempre un po’ di stress quando si pensa a proporre qualcosa di nuovo, di diverso dal passato, e per noi è così sin dai tempi del secondo singolo: ma, alla fine, se la gente non apprezza il nostro lavoro, beh, davvero non posso farci nulla. Il mio obiettivo è quello di creare musica che suoni esattamente come quella che ho sempre cercato, invano, in tutti i dischi che ho comprato. Lo faccio innanzitutto per me. Se poi qualche ascoltatore si approccia ai miei lavori con intelligenza è sicuramente il benvenuto”.
Sarà, ma il difficile secondo album si porta dietro qualche timore, anche a livello compositivo: “Avevamo preventivato un album più spostato sul versante elettronico” continua Johan, “ ma poi ci siamo resi conto che in Svezia, quel tipo di approccio, infarcito di synth e drum machine, era tipico di un numero davvero gigantesco di altri gruppi: noi non volevamo essere associati a nessun altro, così abbiamo deciso di concentrarci sulle chitarre e sulle atmosfere che hanno portato il disco in una dimensione totalmente diversa”. Entrambi i dischi sono stampati da quella che, negli ultimi anni, si è ritagliata il ruolo più importante, all’interno del panorama indiepop, la Labrador, con cui però, i rapporti, sembrano essere particolarmente tesi: “Ci piacerebbe moltissimo lavorare con un’altra etichetta: continuare con loro è davvero…imbarazzante. Non amiamo nessuna delle altre band che fanno parte del loro catalogo, e tutto, dall’estetica dei dischi ai contenuti musicali, è davvero brutto, privo di gusto. Siamo stati in guerra con loro per anni, perché tutto quello che produciamo, alla fine, resta di loro proprietà: stiamo cercando di svincolarci dal contratto, vorremmo avere la libertà di creare un’ etichetta tutta nostra, e credo che questa, in futuro, sarà la soluzione più efficace.”

Efficacia confermata anche al ruolo della radio, anche se in un contesto molto diverso da quello che si aspetterebbe: “Una decina di anni fa io e Martin lavoravamo in Norvegia, eravamo poco più che ragazzini, ed avevamo preventivato di restarcene lì per un po’, diciamo sei mesi….Però un paio di volte abbiamo rischiato di essere rapinati, sono riusciti anche rubare tutti i soldi che avevamo messo da parte: ci aspettavano sotto casa, ed ogni volta era pericoloso. Poi però trovammo un posto, non molto lontano dalla fabbrica in cui stavamo trascorrendo quell’estate: era una vecchia casa abbandonata, in cui, nel periodo della Resistenza norvegese, era stata installata una radio pirata, per comunicare durante la Seconda guerra mondiale.
 Era davvero affascinante: abbiamo trovato dei diari, dei vecchi appunti scritti a mano che ci hanno trasportato direttamente in quel periodo storico: così, quando siamo tornati in Svezia, abbiamo chiamato il gruppo Radio Department come omaggio ai partigiani norvegesi…
postato da: dandyindie alle ore 20:33 | link | commenti (2)
categorie: music
lunedì, 23 aprile 2007

Vita mia a noi due

C'è un'Italia che alla fine non ce l'ha fatta. L'immaginario di qualche anno fa, fatto di soffitti sanguinanti e di epiche della sconfitta, non ce l'ha fatta. Non è passato. Però ogni tanto riemerge prepotente. Tanto per cambiare, mi sono perso dentro i dischi e le immagini. Questa volta sono ritratti prepotenti di disfatte. Il Teatro degli Orrori è un gruppo retorico e sopra le righe, nostalgico e violento: cita Jesus Lizard, Carmelo Bene, Birthday Party. Puzza di sigarette, vino rosso, corse a perdifiato. Sa di parole slegatissime (Non me ne frega niente di Dio, del demonio, dei sacramenti o di te), di amori folli (Compagna Teresa, quanto vorrei amarti in solitudine), di partenze (Come ci illudi Tom di essere ancora tutti vivi, avrei voluto dirti tante cose, forse la più importante non la ricordo più). Avrebbe tutto, insomma, per non piacermi. Eppure lo sto amando alla follia. I Petrol sono sporchi e dilatati. Torinesi al 100 per 100: torinesi nel senso di volte cadenti, ragazzi ubriachi, rivolte promesse e rimangiate, sei di mattina. Noise-poesia da due lire-maledettismo noir. Gruppi nietzschiani, senza speranza: tutti e due, procedono paralleli e dipingono una primavera rosso bordeaux, che fa appassire un po' il sole fastidioso di questi giorni. Sgretolano un po' questa perfezione fasulla che fingiamo di respirare sulle scrivanie. Forse quando ci si immerge a lungo in un ambiente perfetto, fatto di persone diverse eppure simili, questi particolari posso essere dati per scontato, possono passare in secondo piano. Poi, quando l'impatto con il fuori ritorna obbligatorio, i pensieri altri diventano di nuovo necessari e liberatori.
postato da: dandyindie alle ore 13:24 | link | commenti (1)
categorie: music
lunedì, 09 aprile 2007

Inferni vuoti\Strade affollate

Poi dicono le coincidenze. Seattle, inizio degli anni Novanta. Cameron Crowe gira Singles, un film sulla scena musicale della città. Nella colonna sonora anche gli Screaming Trees di Mark Lanegan. Sono gli anni del grunge, del disagio rigoroso. Mark, in realtà, è più a disagio degli altri: droghe, storie d’amore finite, rapporti logori. E una metropoli industriale sullo sfondo. Qualcuno di solitudine muore, Mark nella solitudine rinasce. Lo fa con la complicità decisiva di Mike Johnson e J. Mascis, che lo aiutano a regalarsi un album di ballate scheletriche e fosche, affogate nel blues e nel country, intrise di una religiosità vissuta obliquamente; Whiskey for the Holy Ghosts, in fondo, non è altro che un corso di sopravvivenza per solitudini prima negate e poi accettate, ma mai del tutto comprese. Fra i solchi dell’album scorrono allora le malinconie elettriche di ‘Borracho’ e ‘Pendulum’, che si intersecano con i tamburi di ‘Beggar’s Blues’ e i violini di ‘Kingdom of Rain’ disegnando un manuale degli addii struggente e doloroso.

The repeat forever moment: ‘Carnival’. Il mondo alla rovescia. “Tell your ma that you're gone to the freakshow, I'm crawlin' all over the carnival”. L’inferno esiste, ed è pericolosamente affollato.

Da Label 24

postato da: dandyindie alle ore 16:17 | link | commenti
categorie: music
lunedì, 19 febbraio 2007

Piglia male

Nel 1994, dodicenne, scoprii la musica dei Sangue Misto in una cassetta allegata a Tutto. Il pezzo che compariva sulla compila era Clima di tensione. Tredici anni dopo, metto su Sxm, che dei Sangue Misto è stato L'ALBUM.  Lo straniero spacca sempre di più, le rime sono intelligenti e corrono: forse, il fatto che per noi (nati nei primi ottanta) la musica sia una discriminante così importante, anche- soprattutto- a livello estetico, è per un motivo molto semplice: abbiamo potuto scegliere il meglio, negli anni più importanti. Se accendevamo la tv, su Videomusic passano video di Marlene, Casino Royale, Afterhours: tutti gruppi con una storia ed un'estetica assolutamente particolare, con le radici indipendenti. Probabilmente, il fatto che la musica si svaluti, che lo stile si appiattisca, parte tutto da qui. Oggi a dodici anni vedi Mondo Marcio, ieri alla stessa età vedevi Deda (e l'esempio hip hop è totalmente casuale, non essendo io un ascoltatore "tradizionale" di hip hop): la differenza è troppo, esageratamente sensibile.
postato da: dandyindie alle ore 17:35 | link | commenti
categorie: music
domenica, 11 febbraio 2007

Star Male!*

Demenza e attitudine, quando viaggiano insieme, danno vita a risultati strepitosi. E- ehm- non si sta parlando del Bagaglino, che quest'anno è decisamente meglio del solito. No. Si parla dei Crookers, ultima strepitosa scoperta di questo week end pieno di citazioni a caso. Stupidi come noi e groovosi come gli Scuola Furano, i Crookers  hanno fuori un sacco di pezzi, fra cui questo mixtape, pieno di robe assurde e divertenti: Voglio solo limonare,per esempio, o la Vita sotto la tastiera. Bella scoperta.

* Leggere con accento anglofono, please...

postato da: dandyindie alle ore 17:55 | link | commenti (1)
categorie: music
venerdì, 02 febbraio 2007

You Should Play In A Band

YOU SHOULD PLAY IN A BAND

Nuove band emiliane crescono. Anche se i percorsi sono diversi dai soliti. Fratelli minori della Juniper Band (alla formazione originale si sono aggiunti Maria Giulia Degli Amori e Lele Montanarella), riferimenti da cercare direttamente dall’altra parte dell’Oceano, gli You Should Play In A Band esordiscono con un album omonimo pubblicato dalla fiorentina Black Candy, che negli ultimi anni difficilmente ha sbagliato un colpo, e prodotto da Bruno Germano dei Settlefish.
Chitarre acustiche, doppia voce, strumenti tradizionali, pianoforte e fiati: per gli appassionati, troppa grazia. Owen, Ida, Neutral Milk Hotel, Mojave 3, il Neil Young più agreste: l’immaginario di cui si sono nutriti i ragazzi è riconoscibile e coinvolgente, fatto di toni rarefatti e cavalcate quasi western, di rimandi cinematografici e divagazioni slacker eppure, in qualche modo, assolutamente personale, almeno per i territori italiani. Songwriting di classe (ma alcuni pezzi sono recuperati dall’archivio della Juniper Band, e completano la scaletta un paio di cover), suggestioni vintage, gusto per le melodie: difficile chiedere di più ad un’opera prima in grado di mescolare le delicatezze di “Every Hour Wounds, Last One Kills” con la ruggine della younghiana “When You Dance You Can Really Love”, le atmosfere di frontiera di una “Gemini” che sembra rubata ai Calexico con lo slowcore di “Tweedle”. Undici brani, non uno da scartare: undici solitudini che intrigano e accarezzano.

Da Fuori dal Mucchio

Bonus track:

Gemini (tasto destro e salva con nome)
Our Beautiful Land (tasto destro e salva con nome)

postato da: dandyindie alle ore 00:52 | link | commenti
categorie: music
mercoledì, 13 dicembre 2006

Ho il cuore in gola (ed è quasi Natale)

Songs for Christmas
Le maestre della scuola materna Casa del bosco di Bolzano tolgono dalla programmazione della tradizionale festicciola di Natale una canzone perchè contiene un verso su Gesù. Le maestre hanno preso la decisione di non cantare una canzoncina per non offendere i musulmani e non creare differenze con i bimbi cattolici. Scatta, ovvia, la protesta. L’Union fuer Suedtirol, partito di lingua tedesca di destra che fa capo alla pasionaria Eva Klotz, sostiene che «la tolleranza nei confronti delle altre culture, non significa che noi dobbiamo rinunciare alla nostra cultura ed ai nostri costumi». Sufjan Stevens, invece, sostiene che sbattersene i coglioni sia la cosa migliore. Per esempio, con un cofanetto strepitoso, pieno di ep, poesie e disegni.
postato da: dandyindie alle ore 15:55 | link | commenti (2)
categorie: music
martedì, 05 dicembre 2006

Prodotto

Alessandro Baronciani
Venerdì sera alla festa di compleanno di Maurizio e Andrea suoneranno gli Altro. Io ho già impacchettato i regali. Ma il regalo più grosso me lo faccio io, chè gli Altro mi piaccion da morire.

Mp3: Minuto (dall'album Prodotto)
Mp3: Crema (dall'album Prodotto)

postato da: dandyindie alle ore 14:54 | link | commenti
categorie: music