branchie

There's more to life than books, you know but not much more

Chi sono

Blogger: dandyindie
Branchie.

Mail

dandyindie@libero.it

Books

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 18 aprile 2008

Viaggio al termine della notte

“Una volta Fatur, a Bra, maneggiava una trappola per lupi aperta e la brandiva di fronte al pubblico, senza che nessuno si rendesse conto di che cosa si trattava…eravamo terrorizzati”. Il posto in cui volavano le tagliole, scavato come una grotta in un palazzo del centro, era il Macabre. Massimo Zamboni l’esibizione braidese dei Cccp se la ricorda ancora. Era l’apice del furore del gruppo emiliano, era il mondo separato da un muro. La grotta braidese compie trentacinque anni nel modo peggiore, chiudendo. E’ scaduto il contratto di affitto, per la città è tempo di costruire un nuovo condominio di lusso. Cala il sipario su una storia lunga trentacinque anni, fatta di sudore e rock and roll, di sigarette velocissime nel freddo cuneese e di concerti visitatissimi o deserti. Trentacinque anni vissuti intensamente fra cambi di direzione e virate improvvise, senza neppure un buttafuori a presidiare l’ingresso del locale. “Siamo diventati più vecchi di Cristo”, scherza amaro un ex dj. Un’ordinanza di sfratto condanna il locale in cui sono nati i Subsonica e in cui la Bonelli ha ambientato “Delirium”, un episodio di Dylan Dog del 1991. Dal Macabre ci è passato pure Piero Fassino, ex segretario dei Ds. Beveva e sorrideva con Carlo Petrini, numero uno di Slow Food. Beveva, sorrideva, e forse si sentiva un alieno, in giacca e cravatta in mezzo ad un fiume di ragazzi che lo fissavano svogliati, poi entravano a ballare. A differenza di molti locali italiani, il Macabre non è mai stato indie. Non è mai stato catalogabile. E’ stato, questo sì, un calderone in cui si sono fermati fino a ieri i punkettoni fuori tempo massimo, i nostalgici degli anni novanta, i rocker iconizzati, le ragazze in minigonna. Nel 1972, Dorina Busso era la donna che presidiava la cassa all’ingresso della discoteca. La fondatrice, insieme al marito, del locale braidese. “Quando lo aprimmo qui non si sapeva neppure cosa fosse una discoteca, le chiamavano sale da ballo”, spiegava orgogliosa. E’ rimasta lì fino al 2005. Ora che è diventata nonna sta girando l’Italia per rincontrare tutti i gruppi che sono passati dal locale. Gli incontri diventeranno un film. Il regista è suo figlio Luca, uno bravo, uno che racconta la realtà con le immagini per lavoro e che nel 1997, in un’intervista alla Stampa, si fece scappare una profezia poco fortunata: “Nel 2022, quando il locale compirà cinquant’anni, so per certo che sarà così, com’è oggi, com’era ieri”. La storia del Macabre è fatta di famiglie, di amicizie, di simpatie. Poco businnes, poco marketing. I primi anni sono dominati dal soul, dal funky. Il momento della disco-music passa come un fulmine, seppellito dai concerti di Denovo, Diaframma, Panoramics, C.c.c.p. Dal Macabre, prima di morire, fa in tempo a passare anche Nico ai tempi di “Camera Obscura”, non più chanteuse dei Velvet, non ancora immagine da t-shirt. Si trova bene, replica il concerto. I Flashtones arrivano, travolgono tutto, si piantano sul bancone del bar, chitarre in mano, e non scendono più. Rimarranno fino alla chiusura, immortalati in un’immagine in bianco e nero furibonda e poetica. Alex Astegiano, primo cantante dei Marlene Kuntz, ha diciannove anni quando sale sul palco, si attacca al microfono e sviene per l’emozione e per il vino senza riuscire a finire la prima strofa. Si sveglia nel cortile davanti alla discoteca, qualcuno lo sta prendendo a schiaffi. Il terzetto cuneese, al Macabre, ci passa un’infinità di volte. L’ultimo è un concerto quasi clandestino, nel 2003. E’ appena uscito “Senza Peso”, lo zoccolo duro non è troppo convinto. Teme i postumi della collaborazione con Skin, la svolta verso la melodia. “E’ ora di smetterla con le seghe in cameretta” mi spiega il batterista Luca Bergia al pomeriggio, dopo un inseguimento imbarazzato in un negozio di dischi. La sera nel locale non si respira, e i Marlene prendono fuoco. Cristiano Godano, poi, al Macabre ci nasce. “E’ un pezzo di me, fuori da ogni retorica. Ho passato centinaia di ore al Macabre, ho danzato, ho fatto air guitar, mi son preso due o tre pugni, mi sono fatto delle fidanzate, mi sono fatto delle pomiciate, ho preso delle gran sbornie, ho fatto il dj, ho visto alcuni concerti che mi hanno segnato, ho sognato, ho cianciato, ho cercato di fare amare a più gente possibile le musiche che amavo io, non mi sono perso quasi nulla di ciò che vi succedeva tra il venerdì e la domenica. A volte mi sono annoiato, e ho provato una stima del tutto speciale per Dorina, ho fatto alcuni fra i concerti più rumorosi della mia carriera di rockettaro. Ultimamente non ci andavo più se non una tantum, non era più esattamente un rock club, ma l'atmosfera manteneva il suo carisma di peculiarità assoluta”. Carisma creato ad hoc, almeno all’inizio, da una sceneggiatura tutt’altro che divertita. Una donna infilzata da frecce all’ingresso, le stalattiti che pendono dal soffitto, le luci basse. Le cose non cambieranno nemmeno nei trentacinque anni successivi. Per lo meno a livello strutturale, perché la musica suonata dai dj si evolve. Una delle novità più grosse arriva da Londra. A Bra, provincia cronica, alla consolle c’era Carlo Bogliotti, che nella capitale inglese ci volava spesso. “Ho iniziato nel 1992: facevamo una serata che portava in provincia il meglio dell'allora nascente brit-pop: Blur, Oasis, Pulp Stone Roses e moltissimi gruppi minori. Si può dire che fosse una delle poche serate indie d'Italia. A quei tempi suonare il rock non era così comune e fu un grande successo”. Per i cuneesi, il successo, è conquistare le simpatie dei torinesi. Ecco, in quel caso fu così. Un successo. Durò qualche anno, i Nirvana furono uno spartiacque significativo, poi i Chemical Brothers e Fatboy Slim cambiarono i destini di molti club alternativi. Beppe Fenoglio, molto tempo prima, ci scherzava su: “Siamo davvero spacciati se anche i piemontesi degenerano”. I piemontesi degeneravano. Al Macabre. Tutti i sabato sera. Gianluca Servetti fa il dj, il giornalista e il cantante nei rumorosi Mirsie. E’ stato quello che ha sdoganato la musica elettronica in un locale spesso ostaggio degli integralisti rock. “La drum 'n bass, la jungle, il trip-hop ed il big beat sono passati di qui ed hanno lasciato il segno, ma la cassa in quattro risulta sempre difficile da digerire”, racconta, “ricordo sempre un giovanissimo Sergio Ricciardone- membro del collettivo torinese Xplosiva, molto conosciuto in ambito dance- che ad un certo punto passò "Cow Girl" degli Underworld. Una parte del pubblico in pista si mise a fischiarlo sonoramente”. Dunque, rivoluzione fallita. “Personalmente ho cercato di ovviare alla cosa attraverso una soluzione eclettica, creando un flusso che porti la gente a divertirsi e ballare tanto gli Arctic Monkeys quanto, progressivamente, Trentemoller o i Boys Noize”. La scadenza del contratto d’affitto segna la fine di tutti gli esperimenti. “E’ il giorno in cui il rock è morto”, mi sorride mezzo ubriaco un frequentatore che cita Chuck Klosterman. “Quando quella serranda si abbasserà manderò a fare in culo la mia giovinezza, spegnerò la sigaretta e butterò dentro un’occhiata. Convinto che la musica migliore sia già stata suonata”. Da "Il Mucchio"
postato da: dandyindie alle ore 17:31 | link | commenti (3)
categorie: virtuosismi
domenica, 28 ottobre 2007

Rivoluzione fashion


«Padoa Schioppa, e io pure». Il sorpasso della destra nel campo delle t-shirti creative è arrivato, inaspettato, alla manifestazione contro le tasse organizzata il dicembre scorso dai circoli di Forza Italia. Il passato, in realtà, racconta storie praticamente a senso unico. L’egemonia viene sottolineata orgogliosa dalla mostra organizzata dal circolo culturale «La Scighera», sede della Milano creativa con base nel quartiere Bovina: «Per una volta tanto, non si cerca nell'arte il significato sociale e politico, ma in quello politico e sociale la valenza artistica. In questa mostra abbiamo chiesto a chi voleva di prestarci la propria maglietta politica, a creare una piccola esposizione dove le testimonianze personali si fanno affresco collettivo». Fino all’18 novembre, infatti, sfilano le t-shirt politiche, quelle sfoggiate in piazza nell’arco degli ultimi trent’anni. Alcune, le più famose, hanno fatto la storia degli anni ottanta, e sono legate ai movimenti animalisti e ambientalisti, altre, invece, rappresentano al meglio la frammentazione del «dopo-porcellum»: i «Cicloprecari scatenati» scelgono una maglietta quasi completamente gialla, il combo anarcoide del «Botto per mille» affida il suo messaggio ad un bombarolo un po’ impacciato che si scaglia contro il Vaticano, i futuristi dell’«Orgoglio basso», invece, rivendicano diritti legati all’altezza sfoggiando sul petto il viso torvo di Gaetano Bresci. E’ l’iconizzazione della politica nel suo grado zero, che spesso punta al significato senza fronzoli e a volte si limita a ridisegnare gli anni d’oro dell’antagonismo creativo: parla per tutti un Che Guevara sfigurato da un paio di orecchie da Topolino, sintesi abbastanza infelice fra i sogni disneyani e gli incubi made in Arcore. «Né idoli né spiritosaggini» sottolineano polemici in caratteri maiuscoli i designer della t-shirt, e Lorenzo Valera, animatore della mostra ci scherza su: «E’ la maglietta che ci ha creato più contestazioni». All’iniziativa del centro culturale è legato anche un sondaggio: cosa indosserai alla rivoluzione? Risultati, speranze e timori incontrollati sono affidati al prossimo, imminente, corteo.

da LaStampa.it

postato da: dandyindie alle ore 14:08 | link | commenti
categorie: virtuosismi
giovedì, 23 agosto 2007

Cuori matti


La vita spericolata di Clemente Mastella: qui.
postato da: dandyindie alle ore 15:16 | link | commenti
categorie: virtuosismi
martedì, 31 luglio 2007

"La mia eredità se la prenda il mare"

Il suo ultimo desiderio è stato esaudito. Sono in mare le ceneri di Silvano Giunti, l’uomo che per amore di Bianca, una donna di Castiglione della Pescaia, ha deciso di donare i suoi averi alla casa di riposo del Comune maremmano, chiedendo in cambio che le sue ceneri venissero affidate a quel tratto di mare che tante volte aveva fatto da scenario al suo amore. Ad accompagnare in mare le ceneri sono stati alcuni versi profetici composti da Biancamaria Fabbri, la sua Bianca: «Non lo sapevamo/ ma abbiamo scelto/ lo stesso mare/ Il nostro sguardo/ spazia sullo stesso/ piccolo porto canale/ La tua barca dondola/ dolce incerta/ nell’acqua chiara/ Ti aspetto senza sapere se l’esperienza sarà dolce o amara». Silvano, piemontese trapiantato in Toscana, ha lasciato circa 450 mila euro, un appartamento nel centro di Siena, uno a Torino e alcuni oggetti di valore. La cerimonia di dispersione delle ceneri si è svolta stamattina a un miglio dalla costa. Sulle barche, con il sindaco Monica Faenzi e il segretario comunale Domenico Fimmanò, affidatario delle ceneri, c’era un amico di Silvano, Marcello, che letto la poesia di Bianca. «Silvano Giunti - è scritto in una nota del Comune di Castiglione della Pescaia - era nato a Torino nel 1923 ed è mancato il 10 luglio 2006. Le sue ceneri, dopo la cremazione secondo la sua volontà, sono state custodite al cimitero del Comune. Bianca, invece, se n’era andata nel 2000. Per Silvano la vita cambiò. Il suo amore però ha continuato a sopravvivere inducendolo a compiere un gesto sublime e generoso, qualcosa che potesse trascendere il tempo e rimanere per sempre nella memoria di questo paese». L’eredità di Silvano è vincolata alla casa di riposo del Comune che sarà trasferita in una nuova struttura e che forse gli sarà intitolata.
postato da: dandyindie alle ore 15:40 | link | commenti
categorie: virtuosismi
lunedì, 09 luglio 2007

Reppusi

Il settimanale Carta, in uscita alla fine di questa settimana, pubblica questo mio lungo pezzo sull'Iran e l'Hip Hop. Lo anticipo qui, anche se davvero lunghissimo.

Centocinquanta locali chiusi dall’inizio del 2007, una massa furibonda di libri, cd, mp3 e bootleg che gira veloce fra le mani degli studenti, gli internet point, le università. E una generazione, quella che rappa e suona nelle cantine di Teheran, che Azadeh Moaveni, nel suo «Lipstick Jihad», non esita a definire lost, perduta. Sono i nuovi beat, battuti ma solo per la legge, strafatti di idee libere e anti-fondamentaliste, stelle per pochissimi eppure, in qualche modo, mainstream all’ennesima potenza. Erfran è un rapper di ventiquattro anni, ora è a Los Angeles, e conosce la scena meglio di chiunque altro: canta le canzoni dei ghetti americani come i pezzi patinati degli artisti r’n’b, lo fa contaminando il tutto con le melodie mediorientali, in uno strano melting pot di machismo alla Eminem, vagabondaggi alla Kerouac e idee precise. Molto. «Sono nato ad Esfahan ma sto in giro da una vita» attacca «ho fatto su e giù fra l’Iran e gli Usa senza riuscire a sentirmi stabile nemmeno per un giorno. Ho lasciato un posto che arrivava dalla rivoluzione e dalla guerra con l’Iraq, una casa senza fondamenta e con un equilibrio troppo fragile per trovarmi scaraventato in un Paese che prosegue una battaglia contro gli stessi nemici, un Paese pieno di contraddizioni. In questo momento vorrei davvero tornare in Iran, stabilirmi lì, ma non posso: non ho nessun dubbio però, se guardo il mio futuro, ecco, il mio futuro è in Iran. Usa, Medio Oriente. Trovarsi sospesi su questo ponte è particolare, spaventoso, «ma è anche intrigante», prosegue Erfran, «ci sono un sacco di sentimenti contrastanti che i ragazzi iraniani dedicano agli Stati Uniti. Voglio dire, la maggior parte di loro, quelli che seguono le mie canzoni, quelli che sono in prima fila ai concerti hip hop ma non solo, non sono per niente d’accordo con le politiche dell’amministrazione Bush. Forse noi, nati in Medio Oriente, siamo davvero il pubblico più critico e spietato che quel governo può avere: ci rendiamo perfettamente conto di tutte le bugie che vengono raccontate, vediamo con facilità la pressione incredibile che l’America attua nei confronti dei governi in disaccordo con la sua linea. E’ un panorama che conosciamo perfettamente, non sta cambiando nulla». Le cose sembrano cambiare, invece, a Teheran, soprattutto da quando Ahmadinejad è salito al potere: la gente che ha votato per lui era piena di rabbia, oggi è sbigottita. «L’Iran è una nazione che nuota su giacimenti di petrolio, ha un tasso di disoccupazione del 16 per cento, e questa è una realtà crudele che la maggior parte degli abitanti non riesce a capire» sostiene Azadeh Moaveni « i giovani sono costretti a fare due lavori e tuttavia non riescono ad andarsene da casa dei genitori o a frequentare l’università. La vita è spaventosamente cara». Ahmadinejad ha fatto leva sui sogni infranti, sulla voglia di ricchiezza. «Non è cambiato granchè, anzi è aumentato il livello di guardia» prosegue Erfran «in primavera c’è stata una serie clamorosa di arresti, i rapper sono stati schedati dal governo, portati via durante le prove dei loro gruppi, tutto a causa della loro musica, delle loro rime. Sai, da quando Ahmadinejad è diventato leader l’economia è peggiorata ancora, le restrizioni si sono fatte più dure, e i mutamenti sociali sono misteriosi. La colpa è sua, certo, ma è anche delle pressioni americane sia a livello finanziario che politico». Non è un mistero che la polizia morale iraniana, i komiteh e i basiji prima degli altri, stiano tentando in tutti i modi di smantellare i dissidenti. «Questo discorso è complicato» spiega Erfran «questo è un discorso che ha a che fare con la sfera religiosa, una pagina diversa ma indissolubilmente legata ai problemi economici. Ed è la cosa che mi fa stare peggio. Tutti quelli che, come me, cercano di mantenere uno stile di vita occidentale ora hanno paura. Quando non puoi vivere senza ascoltare i tuoi gruppi preferiti, quando sogni le rockstar e vivi quotidianamente la scena underground, beh, inizi a temere davvero questi attacchi lanciati da forze di controllo molto simili fra loro, anche se mascherate con etichette diverse. Ma la cultura non può essere spezzata, la nostra crescita passa obbligatoriamente attraverso i dischi, i pensieri degli scrittori che amiamo, non c’è possibilità di fermarci». A Theren, tra l’altro, si è verificato un fenomeno particolare, quasi di marketing musicale. A a che fare con l’esplosione di quello che, fino a poco tempo prima, era considerato un genere di nicchia, legato ad una scena. Erfran lo spiega così: «Il filone alternativo è cresciuto moltissimo negli ultimi anni. Anzi, forse si può dire che ha fatto un salto avanti decisivo, è stato accettato da un tipo di pubblico non necessariamente legato al mondo hip hop. E’ il frutto di un lavoro tenace, di comunità. Non riesco neanche a dire quali siano gli artisti migliori, dipende dal gusto. C’è un gruppo fantastico che adesso gravita su Londra, gli Zed Bazi, probabilmente i rapper iraniani più famosi, in questo momento. Hanno lavorato con produttori importanti, sono stati ospitati dalla Bbc. E c’è una promessa, magari più rudiva e meno conosciuta, Hichkas, che vive ancora a Teheran ed è una novità davvero eccitante». Già, Hichkas, uno di quelli che più ha pagato le retate di fine aprile. Un suo pezzo, che tradotto in italiano suona «Giungla d’asfalto», secondo il ministro per la Cultura e l’Orientamento islamico sarebbe «un inno all’impero persiano invaso dagli arabi»: in due parole, la «Anarchy in the Uk» di quel mondo rovesciato che è l’Iran degli ultimi anni. Poi, esistono realtà di frontiera. Quelle che nel resto del pianeta sarebbero viste con compiacenza. Reza Pishro, per esempio, è vicino alle linee più morbide e confidenziali del genere, tutto sguardi languidi, capelli impomatati e pantaloni over size. Fa impazzire le ragazzine. Ha un sito su Myspace invaso dai commenti, anche se momentaneamente è bloccato. I suoi pezzi sono scaricabili gratuitamente da internet. E’ stato fermato anche lui, nella campagna di aprile. Ora, la sfida corre sul web. Il blog iran-rap.blogspot.com, ad esempio, recita nel sottotitolo la frase cardine della scena: «A way to express yourself». E’ aggiornato all’8 aprile, ed è pieno di link, immagini, informazioni, commenti. Il tutto, ovviamente, in persiano. «Internet è fondamentale», conclude Erfran, «se riusciamo fare questa intervista è grazie alla mediazione di E-man, una specie di moderatore virtuale di tutto il circuito rap». Poi, si torna a sputare rime, ma nascosti dietro lo schermo del computer: le cantine di Teheran, in questi mesi caldi e affollati, sono più scomode del solito.
postato da: dandyindie alle ore 15:06 | link | commenti (2)
categorie: virtuosismi
mercoledì, 16 maggio 2007

Tutte le guerre di domani


Per otto settimane i suoi resoconti sul blog avevano appassionato chi, lontano dal fronte, voleva sapere come stessero davvero le cose in Iraq. Oggi le memorie di guerra sono valse al mitragliere Colby Buzzell il premio britannico «Lulu Blooker».  Il resto è qui.
postato da: dandyindie alle ore 15:21 | link | commenti (4)
categorie: virtuosismi
lunedì, 14 maggio 2007

Riviste


Mi sono innamorato alla follia di Found, una rivista americana diretta da Davy Rothbart che pubblica robe trovate per terra. Ne parlerò tra poco, più approfonditamente. Ho comprato il volume di Vincino, quello sul Male. Ora lo leggo, ma a occhio era meglio Prima pagare poi ricordare. Intanto, c'è una notizia. Tempo un mese e partirà una rivista on line coolissima, ma coolissima davero: tutto top secret, ma sarà colta e punk: le teste fosforescenti che conosciamo bene, saranno OBBLIGATE  a collaborare.

postato da: dandyindie alle ore 15:06 | link | commenti (3)
categorie: virtuosismi
lunedì, 30 aprile 2007

Rivoluzione Sarko

E così alla fine sembra che il vero rivoluzionario sia il vecchio Sarko. Mentre tutto il "Paese irrerale", chic e radicale come al solito, sembra stracciarsi le vesti per la Segolene, che è bella, donna, socialista, giovane e gentile (e beh? Lo sono anche molte mie amiche, forse basta questo per farle diventare automaticamente presidenti di una delle nazioni più importanti d'Europa?), le solite teste fosforescenti ci danno qualche conferma in più del fatto che la Royal politique alla fine non passerà, e non sarà nemmeno questo dramma gigantesco. Giuliano Ferrara, intervistato da Ugo Magri sulla Stampa di oggi, dice che "Sarko seduce chi sente il bisogno di una Francia forte e giusta in un’Europa non autarchica, legata alle proprie radici ma alleata sicura e indipendente dell’America in rivolta contro la minaccia dell’integralismo islamico. Parliamo di un personaggio politico che non ha paura di definire feccia quelli che ammazzano un genitore sceso in strada per difendere la vita di un handicappato. O quelli che bruciano quattrocento automobili in un weekend". Secondo Ferrara Sarko è un conservatore, "però non di un conservatorismo bolso, da moderato liberale senza idee. Nicolas Sarkozy è un leader conservatore e, nello stesso tempo, radicale, rivoluzionario. Come mi sento io, come è il Foglio. Potrei definire Sarkozy di destra e di sinistra contemporaneamente. Non per nulla l’ho sentito parlare nella sala della Mutualité, quella stessa dove durante il Sessantotto si recavano i Sartre e l’intera rive gauche parigina". Mi trova d'accordo, come spesso accade, perchè credo proprio che la nuova "attitudine innovativa", quasi rivoluzionaria, passi proprio da qui. Dalla politica ambientale, che non è assolutamente prerogativa di un partito, e da queste cose: dalla fine della comprensione sterile, dalla morte di un ateismo esibito (il che farebbe scomparire anche i rivali: Binetti and company, piaghe strepistosamente dolorose, certo). Insomma Sarko affascina, ma soprattutto mi affascina la sconfitta del buono totale rappresentato da Segolene: che se abitasse in una favola non sarebbe Cappuccetto Rosso, ma la ragazza svampita che abbandona la protagonista nelle braccia del lupo, impegnata com'è a salvaguardarne l'ecosistema e l'integrazione con il resto del branco.
postato da: dandyindie alle ore 16:11 | link | commenti
categorie: virtuosismi
giovedì, 26 aprile 2007

Frenulo a mano

Dopo un pò di tempo, torno ad imbrattare le pagine della coolissima rivista Fam, con una specie di finto reportage mezzo storto e gonzo. Il racconto si trova qui.
postato da: dandyindie alle ore 20:58 | link | commenti (1)
categorie: virtuosismi
martedì, 24 aprile 2007

Guida per riconoscere i tuoi santi



A volte uno sente il bisogno di urlare i propri consigli a chiunque, oggi è il mio turno. C’è un film, si chiama Guida per riconoscere i tuoi santi, ed è il più bello che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. E’ un film che guarderanno in pochi, è uscito da poco al cinema: si tratta dell’autobiografia struggente di uomo che di geniale ha poco, ma che si offre con il cuore completamente nudo, fatto a pezzi. Dentro c’è tutto. Giovinezza, violenza, New York, amore. E’ un film di uomini, ed è una cosa rara. E’ un film di maschi, che ne smaschera tutti i comportamenti più assurdi, le follie, i desideri,. Ci sono gambe che tremano all’impazzata, denti che sfregano per il terrore, sorrisi che si spengono, ragazzi che muoiono, genitori in lacrime: tutto. Autoriale, di pancia, sofferto e sofferente. Senza un briciolo di retorica. Sospeso perfetto tra Scorsese, Dickens, Basquiat, Lou Reed e Salinger. Ho letto su un blog che Guida per riconoscere i tuoi santi è una storia che fa piangere i maschi, ed è vero. Li (ci) fa piangere senza nessun trucco, senza nessuna trovata, senza nessun tic. Ma lo fa meravigliosamente bene. So già che qualcuno non avrà voglia di cercarlo, che in molti cinema non è uscito e non uscirà. E allora faccio così: ora esco, vado a comprare una scatola di dvd vergini e questa notte lo registro a tutti. Non scherzo. Lo registro a tutti quelli cui so che piacerà, poi glielo lascierò. Mi sembra la cosa migliore. Poi, con calma, aspetterò i ringraziamenti, che non tarderanno.
postato da: dandyindie alle ore 12:58 | link | commenti (3)
categorie: virtuosismi